NON TRATTARE IL POPOLO DALL'ALTO IN BASSO

di
Maurizio Blondet

(Avvenire, 14 febbraio 2001)


Scienziati scesi in piazza per rivendicare la loro libertà di ricerca transgenica: è già una novità notevole. Ma impallidisce davanti alla novità essenziale: quegli scienziati non manifestano contro la Chiesa o lo Stato, ma contro l'opinione pubblica. Quella parte di opinione pubblica (forse non proprio minoritaria, e certo non solo "verde") che comincia ad esprimere ad alta voce il proprio disagio su quelle manipolazioni scientifiche che riguardano sempre più a fondo l'intimità del corpo, della vita, della persona: espianti da cadaveri ancor caldi, clonazioni, manipolazione di embrioni umani, cibi geneticamente modificati, trapianti di organi. A questa parte del pubblico, gli scienziati dicono che "non ha il diritto" di limitare la loro libertà di ricerca assoluta. L'opinione pubblica è ignorante dei metodi e dei fini della scienza, noti solo a loro, gli addetti ai lavori; è involontariamente oscurantista. Non ha voce in capitolo per "frenare il progresso".

E' proprio così? Mi pare convincente il ragionamento di Carlo Casalone, gesuita, che insegna etica della medicina alla Gregoriana: la scienza d'oggi non è più quella contemplativa di Galileo, che studiava le stelle "e tutto restava come prima". La vostra scienza d'oggi è "operativa": "Distrugge la materia su cui avviene la ricerca, e con effetti non sempre prevedibili". C'è un'altra differenza non da poco: Galileo scrutò i pianeti col cannocchiale, e Newton scoprì la gravitazione universale, senza chiedere denaro al pubblico. Oggi, la ricerca necessita di fondi, e li reclama proprio dalla pubblica opinione, dai cittadini e contribuenti. Allora sembra logico che l'opinione pubblica - visto che è lei a pagare - possa dir la sua sulle ricerche da condurre, sulle ricadute da favorire o meno. E che possa valutare, aggiunge il gesuita, "chi trae vantaggio da un progetto di ricerca": perché gli scienziati d'oggi, al contrario di Galileo e di Newton, guadagnano e fanno guadagnare le imprese, coi loro brevetti e ricerche.

Posta così, la questione diventa politica. Nel fondo, chiama in causa la democrazia. Nella democrazia il popolo - l'opinione pubblica - è il sovrano. Ebbene: gli scienziati contestano l'autorità del sovrano. Gli dicono che non s'intrometta nelle loro faccende, perché nel loro campo specifico i sovrani sono loro, insindacabili e irresponsabili. Il sovrano, il popolo, paghi e stia zitto. Anzi, mangi poi le zucchine geneticamente modificate con l'aggiunta di un veleno (la lectina) che tiene lontani gli insetti, o le patate infettate con un bacillo resistente agli anticrittogamici, che loro - i sovrani della scienza - gli stanno confezionando. Loro sanno, il popolo no.

Ma, in democrazia, non si può opporre l'argomento dell'ignoranza dei più: altrimenti si uccide la democrazia e la si sostituisce con la dittatura degli esperti, la tecnocrazia. Quando è in questione la volontà collettiva - prerogativa del Sovrano - la conoscenza e la competenza non bastano. Possono essere consulenti della volontà sovrana; ma essa decide in base a motivi più profondi e complessi. Sono proprio i motivi che gli scienziati, per la loro mentalità, meno capiscono. Mangiate, ci dicono, questo maiale clonato in cui sono stati inseriti geni di carota: sono sempre proteine, con l'aggiunta di vitamina E. Le proteine sono solo proteine, le vitamine sono vitamine, dicono gli scienziati. Le fabbrichiamo. Le sintetizziamo partendo da componenti chimiche.

Invece il popolo pensa, sente profondamente, i valori simbolici, "sacrali" connessi al cibo. Qualcosa si ribella alla prospettiva di mangiare, di incorporare, di entrare in comunione con alimenti che mescolano in sé specie che la natura ha voluto separare, cibi del regno animale ma che partecipano del regno vegetale. Sciocchezze, dicono gli scienziati. Invece quella popolare è spesso una saggezza profonda, più profonda della loro competenza riduzionistica. Una cosa è vestirsi con cotone geneticamente modificato; un'altra mangiare zucchine geneticamente modificate. Faranno male alla salute?, si chiede il popolo. Altre sciocchezze, ribattono gli scienziati. Ma la "salute" cui pensa il popolo è qualcosa di più profondo della salute come la intende la scienza. Parecchi mesi fa, scienziati hanno trapiantato la mano di un morto a un paziente che aveva perduto la propria; come noto, il paziente ha di recente rifiutato quella mano non sua, se l'è fatta espiantare, preferisce restare monco. Sciocchezze? Sia pure. Ma il paziente non ha bisogno di "spiegare razionalmente" il suo rifiuto: basta quel suo orrore profondo di fronte all'estraneità che gli hanno fatto incorporare. Dopotutto, anche questa è politica: quel paziente è sovrano del suo corpo e della sua anima. E quest'orrore sottile per quel rimestare scientifico ma lugubre con geni, feti, organi e cloni, sta salendo nel popolo sovrano. Come una nausea. Gli scienziati dovrebbero preoccuparsene: la fiducia ottimistica nella scienza, nel suo potere di migliorarci la vita, cede alla sfiducia e al timore. Se non altro, rischiano di soffrirne i finanziamenti.






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