Etica della fine della vita
di Corrado Viafora


La cultura contemporanea è ossessionata dall'idea della morte che ai più appare come un'esperienza insopportabile. Una riflessione approfondita può indicare le condizioni attraverso cui passa una morte degna dell'uomo, aiutando il malato terminale a vivere fino all'ultimo istante.


L'aspetto nuovo che oggi caratterizza il morire è il fatto che, grazie agli attuali trattamenti medici che permettono di rallentare i processi patologici e di sostituire le funzioni vitali danneggiate, in molte persone il morire subisce un notevole "prolungamento" (1)
E così capita che le prove che sempre hanno accompagnato il morire assumono, per la conseguente "diluizione" nel tempo che il prolungamento comporta, un peso molto più grave. Tutto questo avviene proprio quando, per tanti versi, siamo maggiormente sguarniti nei confronti della morte, verificandosi il prolungamento del morire mentre la cultura contemporanea si ossessiona a negare la morte. Il morire rischia così, sia per chi muore, sia per chi "assiste", di diventare una prova insopportabile.
Se questo è il nuovo contesto in cui si vive oggi la fase terminale, un'adeguata riflessione che voglia indicare le condizioni etiche per morire degnamente deve approfondirne il significato e valutarne le conseguenze. Il fenomeno della "negazione" della morte che, stando ad alcune acute indagini storiche rappresenta l'atteggiamento tipico assunto dalla cultura occidentale contemporanea di fronte alla morte, ha avuto molteplici interpretazioni. Due significati appaiono particolarmente rilevanti:
a) il primo significato è quello di "rimozione" ed esprime la tendenza a far scomparire dalla società ogni riferimento all'idea stessa della morte. Segno di questa tendenza può essere il fatto che della morte non si deve parlare, perché considerata un qualcosa di osceno" (deve cioè stare fuori dalla scena della vita), come anche l'imbarazzo degli adulti a parlare della morte ai bambini.
b) il secondo significato altrettanto importante è quello di "riduzione" e si riferisce al fatto che la secolarizzazione ha spogliato il morire di quella capacità che una cultura sapienziale del passato gli ha attribuito di essere un momento "forte" suscettibile di alimentare e tener desto il senso della vita. Quali che siano comunque le interpretazioni da dare al fenomeno della negazione della morte, è certo che ne scaturisce un'evidente e grave conseguenza: ci si verrà a trovare sempre più soli di fronte ad essa.
E questa la "privatizzazione" del morire a cui si riferisce l'antropologo V. Thomas. Nella nostra società la morte e la gestione del lutto sono "privatizzati", gravano cioè del tutto sull'individuo. Questo capita, beninteso, non in primo luogo per mancanza di solidarietà, non per cattiva volontà, quanto invece per il fatto che attorno alla morte non c'è "cultura", non ci sono più "parole" e "simboli" capaci di fare vivere socialmente questo evento. Ora senza un orizzonte simbolico non ci può essere integrazione tra individuo e gruppo.
È questa la "solitudine" cui si riferisce il sociologo tedesco N. Elias. Non tanto quella espressa dal fatto che ognuno è chiamato a morire da solo, quanto quella collegata alla mancanza di un orizzonte simbolico che permetta di parlare "della" morte e insieme di parlare "con" il morente. E per questo che, secondo Elias, le persone a contatto con i morenti non sono più in grado di confortarli con la manifestazione del loro affetto e della loro tenerezza e fanno fatica ad accarezzarne la mano. Formule e riti convenzionali sono ancora in uso, ma a differenza che nel passato ci sono molti che ne rifiutano l'uso, perché, dice Elias, pervasi da una sensazione di imbarazzo suscitata dalla loro "insulsaggine".
E così, non avendo parole capaci di far vivere socialmente la morte, si afferma nei confronti del malato terminale quello che il sociologo tedesco chiama "zelo igienista" che mai come oggi ha indotto a porre i morenti dietro le quinte della vita sociale, per sottrarli alla vista dei vivi. Anche se in forma mascherata è lo stesso zelo igienista che, secondo un attento osservatore dei fatti sociali, C. Magris, alimenta oggi la richiesta di legittimazione dell'eutanasia. "Nonostante il mellifluo sentimentalismo, nella discussione sull'eutanasia prevale sempre di più - secondo Magris - non la tragedia di chi sceglie di porre fine alla propria vita e al proprio dolore, ma l' "igienismo sociale" di chi vuole eliminare persone inutili e la schifiltosa sensibilità di chi vorrebbe togliere di mezzo chi soffre perché la vista delle sue sofferenze gli guasta l'appetito" (Corriere della Sera, 10/04/1988).
Insieme allo "zelo igienista", come conseguenza della negazione della morte, si afferma, secondo alcuni,
un altro tratto caratteristico attorno a cui è costituito l"'ethos" dell'uomo contemporaneo di fronte alla morte: è l'attitudine a controllare la propria morte. "La mentalità scientifico-tecnologica - sostiene ad esempio G. Piana
- animata dalle leggi e dalla logica della razionalità e dell'efficienza, dalla previsione e dalla programmazione, trova nella morte lo scoglio più drammatico e dunque inaccettabile.
Essa appare agli occhi dell'uomo come l'ultima ed unica realtà non controllabile e non "razionalizzabile". Alla luce di questa attitudine si spiegherebbe il ricorso all'eutanasia, in quanto attraverso di essa si esplicherebbe il tentativo di dominare e controllare la morte.


L'etica dell'accompagnamento

È praticabile nei confronti del malato terminale una strategia diversa che non sia quella dettata dall"'igienismo sociale" o dalla "volontà di dominio"? E' questa la sfida da cui nasce l'etica dell'accompagnamento del malato terminale.
Sintetizzando in maniera molto efficace la posta in gioco a livello non solo organizzativo o psicosociale, ma a livello
specificamente etico, P. Verspieren individua due vie alternative nella gestione della fase terminale (2).
a) Da una parte, la via della ( "negazione" della morte e del f tentativo di 'controllarla", e consiste: (i) nel proteggere ad ogni costo i malati dalla consapevolezza della morte e nell'attivare tutti i mezzi capaci di difendere familiari e personale sanitario dalla vicinanza della morte; (ii) concentrare ogni sforzo nella lotta contro la morte sia attraverso il tentativo di prolungare la vita a qualunque costo, al di là del genuino significato del rispetto sensato della vita, sia attraverso il tentativo di dominare la morte, di controllarla, di anticiparla in nome della signoria dell'uomo sul proprio destino.
b) Dall'altra, la via dell'accompagnamento, e consiste:
(i) nell'accettare i limiti della medicina, prenderne atto e decidere di astenersi da certe terapie (o interromperle), perché a certe condizioni le giudica sproporzionate; (ii) spostare lo sforzo terapeutico dal "guarire" al "prendersi cura", orientando le cure verso l'alleviamento dei disagi e del dolore; (iii) restare vicini al malato, camminargli accanto, dandogli la possibilità di esprimere tutti i suoi sentimenti, quelli negativi in particolare; (iv) non affrettare la morte, ma vivere giorno dopo giorno con colui che muore.
Compito specifico di un'etica dell'accompagnamento del malato terminale è di indicare le condizioni attraverso cui passa una morte "degna" dell'uomo. Presupposto antropologico su cui si basano queste condizioni è la convinzione secondo cui il malato terminale non si riduce a un residuo di vita per cui non c'è più niente da fare, ma è invece una persona e cioè capace fino all'ultimo, se posta in condizioni di essere inserita in una relazione, di fare della propria vita un'esperienza di crescita. Da qui nasce il criterio di fondo a cui si ispira l'etica dell'accompagnamento: aiutare a vivere fino all'ultimo istante. (3) E' da questo criterio che traggono forza le indicazioni riportate di seguito.

Alleviare il dolore

Nella prospettiva dell'accompagnamento, e cioè aiutare a vivere fino all'ultimo istante, la terapia del dolore assume una grande rilevanza etica. L'attacco più distruttivo che il dolore cronico in fase terminale comporta è l'attacco alla possibilità di vivere come persona e cioè di relazione. Il dolore infatti impedisce la dimensione più specifica dell'uomo e inchioda nell'isolamento.
Come valutare eticamente le terapie del dolore in fase terminale? Un'adeguata valutazione deve partire da una duplice considerazione:
a) La 'gravità" del dolore terminale.
Tenendo presente la gravità del dolore cronico in fase terminale è giusto esprimere la più energica denuncia contro ogni sorta di remora e di ritardo ingiustificato nella maturazione di un'operativa "sensibilità antalgica".
È la denuncia ad esempio che formula V. Ventafridda. Le cause di questo ritardo sono da lui ricondotte ai seguenti fattori: (i) il trattamento del dolore non è considerato una materia degna di interessamento scientifico; (ii) la naturale tendenza dei medici ad abbandonare la lotta per un malato per cui "non c'è più niente da fare"; (iii) la diffusa ignoranza in campo medico sui meccanismi e sulla problematica del dolore; (iv) la scarsa diffusione dei centri di terapia antalgica; (v) l'abitudine invalsa di considerare il dolore un corollario inevitabile nel paziente oncologico; (vi) le difficoltà burocratiche in Italia nel procurare in sufficienti quantità analgesici narcotici spesso necessari in questo tipo di dolore.
Proprio sull'uso degli analgesici centrali a base di morfina si è in genere concentrata la problematica etica. Nella prospettiva dell' "'accompagnamento" trattare il dolore è uno dei compiti prioritari nella cura dei malati terminali. La pressante necessità di alleviare il dolore cronico intenso giustifica che si corrano rischi proporzionati alla sofferenza e alla situazione del malato.
b) La "complessità" del dolore terminale.
Una adeguata valutazione etica delle strategie antalgiche deve basarsi sulla considerazione della "complessità" del dolore in fase terminale. L'esperienza umana del dolore è sempre complessa:
un'esperienza percettiva le cui qualità e intensità sono influenzate dalla storia passata dell'individuo, dal significato che egli dà alla situazione dolorosa e dal suo stato d'animo in quel momento. Il dolore umano è sempre una funzione di tutta la persona. Questo si evidenzia soprattutto nell'esperienza del dolore in fase terminale (4). In esso sono sempre coinvolti molteplici fattori: fisici, psichici, spirituali.
È perciò riduttiva una strategia antalgica impostata in termini solo medico-farmacologici. Capita in genere che, nell'affrontare il dolore, il problema a livello sanitario è visto solo sotto l'aspetto organicistico. Questo approccio privilegia i trattamenti legati alla specialità medica dell'operatore, dimenticando però che l'aspetto psico-spirituale è responsabile di più del 50% della risposta dolorosa. Questa alta percentuale del dolore terminale non va "medicalizzata". L'angoscia di morte, il senso di colpa connesso con la consapevolezza di avere sprecato la vita, l'inquietudine per la separazione che la morte comporta, l'isolamento in cui ci si
può venire a trovare, la percezione umiliante di essere di peso sono sofferenze che non possono essere curate e alleviate a livello medico. Vanno capite e condivise. L'approccio antalgico adeguato deve perciò tendere a concretizzarsi in una scelta terapeutica e medica all'interno di una forte relazionalità. Le esperienze di E. Kubler-Ross, di C. Saunders e di B. Mount confermano che quando ad una terapia antalgica minuziosamente messa a punto si aggiunge un clima di attenzione, di sereno ascolto, di presenza vicino al malato, il più delle volte con i mezzi di cui disponiamo, il rnalato si calma e il dolore scompare.


Capire il malato terminale

Di solito con i malati terminali si comunica a senso unico, impedendo loro di parlare perché potrebbero metterci di fronte a situazioni imbarazzanti. Chi, invece, ha accettato di mettersi in atteggiamento di ascolto ha avuto modo di imparare direttamente dal paziente la sua reale situazione. E questa la strategia adottata dai più attenti "conoscitori" della fase terminale. Una domanda sarebbe da prendere in considerazione: èun caso che tra le figure più rappresentative della moderna cura del malato terminale si debbano contare delle figure femminili come C. Saunders, E. Kubler-Ross, Ch. Jomain? Le acquisizioni, comunque, apprese nell'ascolto del malato terminale sono ormai abbastanza chiaramente individuate. Ne presentiamo una breve sintesi in rapporto a quei parametri che presentano maggiori problemi etici: a) il problema della "verità" in fase terminale; b) i bisogni spirituali del paziente terminale.
a) La solitudine del malato terminale è per molta parte legata all'impossibilità di esprimere i propri reali sentimenti; e perciò, se dobbiamo evitare che i malati muoiano da "soli", per strapparli alla solitudine c e un solo mezzo: offrire loro di esprimere e condividere tutti i loro sentimenti (5). La "congiura del silenzio" (6)
è in gcnere. funzionale a chi assiste il malato terminale. "Il silenzio è la maschera della posizione e della funzione del morente rispetto ai desideri dei vivi. Ogni dialogo autentico si dimostra insostenibile: nessuno è capace di ascoltare la testimonianza del morente, nessuno gli sa rispondere. Il morente è condannato a un silenzio "ufficiale" che prefigura quello della morte Per quanto riguarda il problema della "ventà" al malato terminale, un'adeguata valutazione deve tener presente che (i) nella grande maggioranza dei casi il malato "sa già", avendo a disposizione molteplici elementi per arrivare alla consapevolezza della gravità della sua malattia: commenti del medico ad altri sentiti per caso dal paziente; affermazioni del personale infermieristico; cambiamenti di comportamenti dei parenti verso il paziente; cambiamenti di terapia e di assistenza; segni sul proprio corpo e mutamenti dello stato fisico. E assolutamente necessario che all'interno di queste molteplici informazioni i messaggi ricevuti non siano ambigui e contraddittori. Ne risulterebbe il blocco della comunicazione (ii) lo stesso desiderio di sapere che si riscontra in molti pazienti è un desiderio "ambivalente". Cercando di sapere il grado di gravità della sua malattia il paziente non lascia intravvedere fino a qual punto è in grado di accettare la verità, poiché
quello che il paziente vorrebbe sapere è che tutte le sue preoccupazioni sono infondate. La conclusione è che la "verità" in fase terminale non ha una dimensione precisa, essendo piuttosto un processo lento che serve a portare il malato all'accettazione di quello che inizialmente avverte e teme. Compito di chi assiste è accompagnare il malato durante questo processo;
b) Di fronte ai bisogni "spirituali" capita che molti operatori si appellino al "rispetto della sfera privata del malato" che non andrebbe forzata. La giusta esigenza di rispettare il paziente nei suoi lavori e nelle sue credenze porta, purtroppo, a isolare e ad emarginare una reale e importante dimensione dell'uomo. Per impostare un adeguata risposta a questa tematica, risulta molto pertinente la distinzione proposta da A. Brusco tra "spintuale" e "religioso": "Mentre la dimensione spirituale dell'uomo esprime le sue relazioni ai valori ultimi e le conseguenti risposte alle domande sul senso della vita, la dimensione religiosa indica il configurarsi delle prime secondo forme tipiche (credenze, principi, comportamenti, ..) di una determinata religione" (8). La distinzione fa capire che, anche se nel contesto della società laica non sempre la domanda del paziente chiede un'assistenza "religiosa" confessionale, sempre il paziente terminale manifesta un bisogno di carattere "spirituale" che non deve essere eluso. Non si tratta allora di "travasare" una religione, ma di aiutare il paziente ad attingere alla sua spiritualità. "Curare i morenti, afferma incisivamente Jomain, significa sapere che un certo numero di essi sente la necessità di trovare al di là di se stessi una sorgente a cui dissetarsi "(9). Le domande più comuni del morente in alcuni casi riguardano "l'al di là", le "ragioni" della propria sofferenza, gli "scopi" della vita, la possibilità del perdono (10). Esse non pretendono da chi assiste il paziente una risposta di contenuto e tuttavia la "presenza" di chi assiste è molto importante "perché, a quanto sembra, il travaglio spirituale ha bisogno di un testimone". L'esperienza dimostra che, quando un reale rapporto favorisce l'esprimersi del paziente, l'angoscia diventa meno grave da sopportare e questa presenza permette a molti di evolversi e di raggiungere una reale accettazione. E così capita che la fase terminale possa diventare in molti casi un momento di reale crescita. "Certi si riconciliano con i propri familiari dopo anni di disaccordo e di separazione; altri prendono congedo da quelli che amano nel dolore e nelle lacrime, ma non senza una certa gioia di essere circondati da persone care e giungere - forse per la prima volta - a comunicare in modo profondo. Altri superano il senso di sconfitta e di colpa e scoprono che la loro vita passata aveva un senso che fino ad allora non avevano percepito; altri attuano un vero cammino spirituale" (11).
Da tutto questo, la conclusione che se ne può trarre è l'esigenza di valorizzare la fase terminale. E d'altra parte l'obiettivo portante di un'etica dell'accompagnamento.


Confrontarsi con la propria morte

Una presenza e un rapporto di aiuto al malato terminale e ai suoi familiari è capace di darli solamente chi, operatore sanitario, volontario o familiare, ha stabilito un rapporto in qualche modo sereno con la propria morte, chi l'ha integrata nella propria vita. In fondo l'imbarazzo che evoca lo stare faccia a faccia, in una relazione personale con il morente, è l'imbarazzo per la "propria" morte. Sebbene non esistano prove empiriche, è lecito pensare che le persone che non hanno raggiunto un certo rapporto sereno nei confronti della propria morte incontrino grosse difficoltà a rimanere efficacemente presenti accanto al letto del paziente terminale. Una cosa è certa tuttavia: attendibili testimonianze dicono che l'atteggiamento più costruttivo in chi assiste il malato terminale è la serenità nei confronti della morte. E d'altra parte avvicinarsi in maniera personale al malato terminale, avendo la capacità di superare i meccanismi di difesa che possono insorgere di fronte al suo capezzale, permette in chi assiste una grande maturazione umana.
Ma è possibile raggiungere una certa serenità nei confronti della propria morte? E possibile "integrarla" in qualche modo nella propria vita?
È possibile parlare in maniera liberatoria della morte? Se si vuole impostare seriamente un programma di formazione all'accompagnamento del malato terminale, queste domande non possono essere eluse.
Un primo itinerario formativo potrebbe essere impostato sulla chiarificazione dei sentimenti che la morte suscita. Non tanto per esorcizzare la paura, ma per capire se la paura della morte esprima altre paure, altre situazioni conflittuali.
Un secondo itinerario formativo potrebbe essere impostato sulla individuazione in un modo "sano" di porsi nei confronti della morte, un modo cioè che faccia trovare nella morte un senso che i ritorni sulla vita. Una tradizione sapienziale ha sempre invitato a guardare alla morte per dare densità e serietà alla vita. E in realtà un pensiero sano della morte pilo essere uno stimolo ad assumere con serietà la vita e a non sprecarla vivendola in un modo qualsiasi", perché la morte come nessun'altra esperienza ci fa scoprire l'unicità della vita.

"Decodificare" la richiesta di essere aiutato a morire

Può capitare che proprio volendo capire il malato terminale, accompagnandolo realmente e cioè senza imporre il proprio "passo", che proprio rendendosi disponibili ai suoi sentimenti e ai suoi bisogni, emerga la richiesta di essere aiutato a morire? Come valutare tale richiesta dal punto di vista dell'etica dell'accompagnamento? L'istanza fondamentale dell' "accompagnamento esprime un concetto delle cure dove chi assiste impara a camminare accanto al malato terminale, senza la pretesa di imporre l'itinerario, ma lasciandolo libero di scegliere la sua" via, di arrivare alla sua verità", con la preoccupazione prioritaria di far sì che questo processo di consapevolezza non avvenga nell'isolamento. In questa prospettiva una morte degna dell'uomo è quella che avviene all'interno di un contesto relazionale fatto di tenerezza e di accoglienza che permetta di vivere anche di fronte alla morte. Di fronte alla richiesta di essere aiutato a morire l'approccio ispirato ad un'etica dell'accompagnamento è quello che, nella preoccupazione di capire la volontà profonda del malato, sa "decodificare" tale richiesta. "Aiutatemi a morire in certi casi può voler dire: "calmate in ogni modo il mio dolore". In altri casi, quando a far soffrire non è tanto il dolore fisico quanto il travaglio della "perdita" con la convinzione che la vita ha perso ogni senso, la stessa richiesta può esprimere il desiderio di trovare un riscontro che la vita vale ancora, conserva nonostante tutto un senso. In molti casi la richiesta può essere collegata alla preoccupazione di essere di peso, di gravare sulla famiglia. E la prova della "dipendenza", la più difficile forse, oggi, da affrontare, abituati come siamo a considerare l'indipendenza come sinonimo di dignità della persona. Può capitare allora che l'esperienza della dipendenza faccia nascere profondi sensi di colpa. La richiesta di essere aiutato a morire che in questi casi può provenire dal malato terminale è in realtà la traduzione dell'atteggiamento di coloro che circondano il malato e anche della società tutta intera che non crede più nel valore di certe vite e non è capace di "confermare" l'altro, di rafforzarlo nel sentimento del suo valore in un momento particolarmente duro in cui può essere colto dal dubbio, dall'avvilimento e dalla depressione.
A questo punto, però, delineatosi in tutta la sua portata l'impegno che la via dell'accompagnamento comporta, emergono anche le difficoltà ad essa connesse. Vicinanza, ascolto e condivisione, decodificazione delle richieste del paziente e delle proprie paure: è realistico pensare che l'attuale ethos professionale sappia esprimere questo tipo di assistenza? Se si vuole contribuire a promuovere la strategia
dell'accompagnamento, ci sono delle domande che non si possono eludere:
a) Persiste e sembra ormai una tendenza inarrestabile il fenomeno della ospedalizzazione del morire, risultato il più delle volte di una delega della società all'istituzione sanitaria. Ma è possibile che una società al cui interno la morte continua ad essere "negata" esprima servizi assistenziali realmente accoglienti nei confronti del malato terminale? Come non notare l'incongruenza tra le richieste di alta intensità solidaristica rivolte al personale curante e gli atteggiamenti di apatia e indifferenza che dominano in seno alla società da dove queste richieste provengono?
b) La concezione della terapia che si è andata affermando all'interno della medicina moderna concentrata sull'organo da riparare è per tanti versi inadeguata a interpretare il bisogno di cure espresso dal malato oncologico terminale. Inadeguata è soprattutto l'impostazione delle cure infermieristiche, centrata (almeno all'interno della nostra cultura) sull'esecuzione di mansioni parcellizzate. Come conciliare questo tipo di concezioni medico-assistenziali con una strategia terapeutica in fase terminale che richiede il riferimento al paziente nella sua globalità?
e) Se per concetto di "terapia" viene tradizionalmente inteso quell'intervento finalizzato a risolvere o migliorare uno stato negativo, com'è possibile un impegno terapeutico in una realtà che è inguaribile? Con quali motivazioni alimentare l'impegno terapeutico-assistenziale? Su quali livelli di competenza si possono e si devono investire le proprie aspirazioni professionali anche nella
cura del malato per il quale non c'è niente da fare in termini di guaribilità? Che tipo di itinerari informativi impostare per integrare nella competenza professionale anche la capacità di accompagnare il malato terminale? Che tipo di supporti prevedere per rendere più produttivo l'impegno accanto al malato terminale e per curare le ferite che l'accompagnamento produce?
d) La possibilità di vivere e lavorare produttivamente all'interno di situazioni molto cariche emotivamente è strettamente legata alla capacità di fare dell'esperienza professionale un fattore di crescita personale, utilizzando l'esperienza professionale come elemento stimolante la propria maturazione umana. Com'è possibile questo? Non abbiamo modelli di professionalità che ci indichino una risposta convincente e consolidata. Sappiamo purtroppo che a fronte di sempre maggiori ricchezze riversate nelle organizzazioni socio-assitenziali, nelle professioni, nelle costruzioni di edifici e di nuove attrezzature non è corrisposto un reale miglioramento dei servizi.
È per questo forse che la provocazione più interessante dall'attuale movimento delle cure palliative è quella che stimola ad andare oltre un certo modello di etica professionale, perché inadeguata a sostenere la domanda etica espressa dalla scelta dell'accompagnamento. La fisionomia di questa "etica", tra professionalità e dedizione, rimane un compito aperto.

(Tratto da KOS. Rivista di scienza e etica, luglio 1993)


Note

1. Verspieren P, La cura dei malati terminali. Introduzione a: La morte umana (Antropologia, diritto, etica). Selezione di articoli (curata da Spinsanti S.) da Fncyclopedia of Bioethics, 4 voll., 1978, Georgetown
University, Ed Paoline, Milano 1987, pp. 5-17.

2. Verspieren P, Eutanasia? (Dall'accanimento terapeutico all 'accompagnamento dei morenti), Ed. Paoline, Milano 1985.

3. Jomain Ch., Vivere l'ultimo istante, Ed. Paoline, Milano 1987.

4. Henriquet F., Accanto al dolore, intervista di équipe, Marietti, Genova 1989; Corli O. (a cura di), Una medicina per chi muore. Il cammino delle cure palliative in Italia, Città Nuova, Roma 1988.

5. Kubler-Ross E., La morte e il morire, Cittadella, Assisi 1976; Domande e risposte sulla morte e il morire, Como 1981.

6. Garfiel C.A., Assistenza psicosociale al malato terminale, trad. it. a cura del Comitato regionale Gigi Ghirotti, Genova 1987.

7. Raimbault G., Il bambino e la morte, Nuova Italia, Firenze 1978.

8. Brusco A., Accompagnamento spirituale del malato morente e pastorale clinica, in Di Mola G. (a cura di), Cure palliative. Approccio multidisciplinare alle malattie inguaribili, Masson, Milano 1988, p. 275.

9. Jomain Ch., Op. cit., 1987.

10. Brusco A., Op. cit., 1988.

11. Verspieren P., Op. cit., 1985.




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