Cittadinanza e bioetica

Sergio Rostagno *


Le identità culturali sono particolarità di costume legate profondamente al modo di essere irrinunciabile di ciascuno, mentre la cittadinanza è quel tipo di identità europea - spesso imposta - che consiste nel dare ai cittadini la consapevolezza della propria identità universale in una forma situata al di là (al di sopra) delle singole culture.
L'episodio del chador, lo scialle portato da scolarette di cultura islamica nelle scuole pubbliche francesi, ha fatto scorrere fiumi d'inchiostro e non trova soluzione univoca e concorde, benché abbia prevalso il buon senso di tollerare il fatto. Subito dopo si è aperta in Baviera la questione del crocifisso nelle aule scolastiche. Un elemento, che si poteva ritenere consueto nella nostra cultura cristiana, improvvisamente fa problema'. Allora perché non mettiamo nelle aule scolastiche anche i simboli di altre religioni, anzi di tutte le religioni? Ma perché dovremmo farlo? La scuola non è una chiesa. Non siamo prima di tutto cittadini? Ma che significa nella fattispecie esserlo? L'universalità si manifesta con tutti i simboli o con nessun simbolo particolare? E via di questo passo.
Tali fatti e interrogativi sono sintomi della transizione culturale che stiamo vivendo e nella quale si affrontano le esigenze dell'universale e del particolare. Diversi elementi sono in gioco. Da circa due secoli, in Europa siamo divenuti 'cittadini' non senza un'esasperazione dei caratteri nazionali e dell'autorità degli uffici centrali dello Stato. Sembra che nelle cose umane tutto debba di necessità presentarsi sotto una forma ideale per attuarsi poi nel concreto in modo distorto rispetto alle sue vere intenzioni. L'ideale che doveva mettere tutti d'accordo in nome di principi di universalità si trasformava in una nuova identità nazionale opprimente.


L'identità del cittadino


Non si può negare che il fenomeno della cittadinanza, mentre riduceva le particolarità culturali regionali a elementi di folklore, avesse per tutti i cittadini altri contenuti molto più importanti, diametralmente opposti a quelli or ora ricordati. Perché passi se ne sono fatti, inimmaginabili un secolo addietro. Le cose che ora consideriamo diritti acquisiti sono unicamente il risultato di lunghe lotte sociali, politiche e culturali, le quali via via - in mezzo a innegabili effetti secondari non voluti - hanno provocato quello che cent'anni fa si invocava retoricamente come 'il progresso': una scolarizzazione capillare, il rispetto per chi lavora, l'incremento della mutualità e della solidarietà, il diritto di voto, la democrazia, la funzione di governo considerata non come privilegio, ma come gestione e salvaguardia di risorse comuni.
La scuola pubblica ebbe (e ha) una parte gloriosa nella realizzazione di tale ambizioso programma. Per almeno un secolo, dall'unità d'Italia a oggi, la scuola è stata il campo di applicazione e sperimentazione di un equilibrio tra particolarità e universalità. Si è accusata la scuola di essere discriminatoria e insufficiente, di fornire una cultura di élite e di esprimere l'ideologia delle classi più potenti. Non si è visto che questi potevano al massimo essere considerati difetti nell'ambito di un sistema complessivo che aveva proprio l'intendimento opposto: porre in grado tutti i cittadini di accedere alla cultura, dominata da grandi figure, operanti come modello, quali Dante, Shakespeare o Goethe.
Se ora vogliamo addentrarci sul terreno dell'etica, vedremo subito che l'etica degli ultimi secoli di cultura europea è dichiaratamente universalista; oggi si prospetta invece l'esigenza contraria, la quale sottolinea la portata del convincimento particolare, fondato sull' apporto culturale di gruppi ristretti e ben caratterizzati nella loro identità, specie in campo religioso. Ne parleremo nei paragrafi seguenti, cominciando da una breve descrizione di problemi emergenti in relazione alle biotecnologie.
Sono bastati i due ultimi secoli per dare un impulso decisivo al dominio dell'uomo sulla natura. Ora la scienza si è sostituita alla natura in molti casi ed è diventata essa stessa fenomeno e problema. Nel campo delle biotecnologie la tecnica sembra offrire all'essere umano un enorme potere, e contemporaneamente lo conduce così avanti che diventano legittimi ogni sospetto e ogni speranza. Il prestigio e la stessa funzione della scienza consistono nel rendere meno fatali gli eventi che ci riguardano. Ma rendere meno fatali gli eventi significa anche renderci più direttamente responsabili nei loro confronti.
La bioetica è nata in campo medico, come un settore dell'etica applicato alla medicina. Ben presto questo termine si è precisato come attinente a un campo in cui ogni intervento della mano dell'uomo sul fenomeno vivente in quanto tale pone questioni prima impossibili da considerare. Si fa strada la consapevolezza che una soglia è stata varcata e che il fenomeno della vita (in ogni sua manifestazione) richieda un'etica più consapevole. Non si tratta soltanto di guarire e di usare più o meno felicemente la medicina, si tratta di valutazioni che fanno intervenire questioni di principio.
Vengono quindi acquisite al campo etico zone prima ritenute ovvie; di conseguenza un campo, che prima dettava norme per sua stessa inesorabile natura, poiché diventava norma in quanto dato di fatto, ora diviene bisognoso esso stesso di norme e fa sorgere improvvisamente la domanda: da dove vengono ora le norme che dobbiamo applicare al fatto in sé? Non è perciò errato domandarsi se esistono ancora ambiti 'sacri' o che cosa voglia dire quest'annessione alla scienza di territori nuovi. Sarebbe troppo semplicistico a questo punto far intervenire un Deus ex machina e risolvere d'un botto tutti i nostri problemi. Le indicazioni del pensiero religioso (di cui si dirà meglio tra poco) non possono essere ridotte a questo.
Esaminiamo ancora qualche caratteristica del campo della bioetica che si presenta in genere abbastanza conflittuale. Non siamo chiamati a prendere decisioni ovvie, ma a interrogarci a proposito di dilemmi di non facile soluzione. Quasi sempre i criteri che si possono invocare portano a conflitti nella loro applicazione alla realtà e ne abbiamo esempi quotidiani. Se il dono di un rene può salvare una vita umana, non ne segue che chi ha due reni possa essere obbligato a dame uno per salvare un altro essere umano. Lo si può fare come un gesto di solidarietà, non come obbligo. Ma se a decidere in merito dovesse essere un genitore che ha due figli in età minore: dovrebbe egli fare pressione su uno dei due perché doni il suo rene all'altro, se questo può salvarlo? Nessuna risposta è mai esente da problemi spinosi. Facciamo altri esempi. Esistono malattie che conducono a morte certa in mezzo a sofferenze atroci; esiste anche la possibilità di abbreviare queste sofferenze provocando la morte con qualche anticipo: quale decisione può essere presa in merito? chi la prenderà tra i vari interessati (paziente, parenti, medico)?
Un primo merito della bioetica è l'avere riportato l'opinione pubblica (e non solo gli specialisti) a considerare che cosa sia importante, che cosa sia 'sacro' e che cosa non lo sia, a chiedersi da dove vengono le norme, e in che cosa consistano le leggi universalmente valide, se ve ne sono. In che senso la bioetica è questione di tutti? Nel senso che è in gioco la questione del mondo più o meno vivibile che vogliamo avere, ma anche la questione delle 'parti' più o meno uguali che vogliamo riservare a ciascuno. La maggioranza delle persone desidera vivere in modo confortevole e desidera essere assistita dalla scienza fino alle sue ultime possibilità. Garantire a tutti, indistintamente, l'accesso alle risorse scientifiche è un dato elementare di civiltà che tuttavia non tutti giudicano spontaneamente importante. La bioetica appassiona perché ripropone alla riflessione comune domande molto elementari, ma basilari, nelle quali sono in gioco quegli stessi fattori che hanno contribuito a far evolvere le nostre civiltà. Non da ultimo, è in gioco il diritto personale a determinare scelte. Il suicidio è, per esempio, riprovato dalla religione e dalla civiltà; non sappiamo però se sia equiparabile al suicidio la decisione, strettamente personale, di chiedere a un medico di abbreviare le proprie sofferenze in casi di gravi malattie e non sappiamo che cosa debba fare o non fare un medico in casi del genere. La bioetica discute di queste scelte non facili.
Proprio per il fatto di mettere in gioco fattori molto diversi, la bioetica fa riferimento a molte discipline. La competenza qui si acquisisce in genere mediante un indirizzo di studio a carattere composito, indirizzo formato da tre filoni: uno a carattere scientifico (biologico, medico), uno a carattere umanistico (filosofico e non di rado religioso>, uno a carattere giuridico. La competenza giuridica è indispensabile per conferire veste giuridica agli orientamenti etici e per formulare e interpretare le norme prescriventi obblighi e liceità. È bene che resti uno spazio tra le discipline e che esse possano influenzarsi a vicenda, senza determinarsi rigidamente le une in rapporto alle altre. Tale distanza tra le discipline si apparenta all'esistenza di sfere differenti, garantite a etica, religione, laicità. Siamo di fronte a un fatto che caratterizza l'etica occidentale alla quale in genere ci richiamiamo.
Nei congressi spesso gli scienziati si disputano la scena con i giuristi e i filosofi: gli scienziati sostengono la liceità di una moderata sperimentazione; i giuristi sostengono la necessità di una moderata regolamentazione. I filosofi moderano gli uni e gli altri.
Dobbiamo ora considerare le risposte del cittadino, ossia la relazione tra l'etica e la cittadinanza. Le responsabilità del cittadino investono campi che qui possono soltanto venir evocati assai brevemente: l'importanza culturale dell'innovazione scientifica, il necessario controllo su di essa, l'indicazione di alcuni criteri.
La conoscenza scientifica fa parte in modo stabile del nostro patrimonio culturale e ne è anzi il supporto più prestigioso e persistente. L'idea che animava l'Enciclopedia nel Settecento o che adesso anima pregevoli ore di divulgazione scientifica televisiva, fino alle recenti possibilità multimediali, è sostanzialmente quella di dissipare, mediante la cultura e rendendone più agevole l'accesso, le prevenzioni e le abitudini di pensiero che non corrispondono a verità e ostacolano un pensiero maturo. Alla base sta un'idea ottimistica della scienza, che non dispiace. Per quanto siano note le follie di cui gli esseri umani sono capaci, si continua a credere che uria scienza peggiore può essere tenuta in scacco soltanto da una scienza migliore e non da tabù o spauracchi di altro ordine. Le storture che si producono in un determinato campo possono essere affrontate efficacemente all'interno dello stesso campo nel quale si sono prodotte. Freni e limitazioni esterne hanno un peso da valutare caso per caso.
Per esempio, l'uso di risorse cospicue per inviare un essere umano sulla Luna, mentre conosciamo bisogni umani primari molto più urgenti, può suscitare perplessità. Allo stesso modo susciteranno perplessità i tentativi di far nascere artificialmente esseri umani (con tecniche di laboratorio che nelle grandi linee sono ormai note al pubblico), mentre sono miliardi le persone, specie di tenera età, già nate, prive di prospettive culturali o addirittura al di sotto della semplice sopravvivenza. Tali contraddizioni sono lampanti, ma difficilmente esse fermano la ricerca scientifica di punta. Si può soltanto sperare su 'ricadute' (seguiti, effetti, risultati) dalle quali l'umanità tutta a lunga scadenza possa trarre benefici.
Se ci fossero regole infallibili in questo campo (anche se ci fossero, l'essere umano resta fallibile), saremmo più fortunati. Ci sono soltanto le regole che la nostra civiltà ha elaborato nella sua storia e che ci sembrano sufficienti, anche se devono essere a loro volta ricomprese e adattate per abbracciare nuovi problemi. Si cerca una pace universale, si cerca di migliorare la vita su questa terra. Semmai dovremmo chiederci: perché non ci siamo ancora riusciti? Perché abbiamo allungato tanto la vita umana in certe regioni e abbiamo lasciato che fosse accorciata in altre?
La risposta del cittadino non può che far leva sugli ideali di civiltà che poco alla volta, distaccandosi da concezioni elementari e dalla vita primitiva, ci hanno portato fin qui, non senza contraddizioni, come torniamo a dire, ma anche senza mai tradirci. Sono gli esseri umani semmai che tradiscono i loro ideali, ma questi difficilmente li hanno traditi.
Alle poche e sommarie indicazioni date fin qui vorremmo ora aggiungere una considerazione più generale, che investe aùcora una volta, più da vicino, la responsabilità del cittadino.


Etica e religione

Una società non è ricca soltanto in senso economico. La ricchezza di una società non si misura soltanto in termini di borsa, ma nel modo con cui un soldato tratta i civili, nel modo con cui un medico o un infermiere tratta il malato, nel modo con cui l'amministrazione statale tratta il cittadino, nel modo in cui tutti trattiamo l'ambiente e così via. Qui sta il vero patrimonio delle cose da conservare e sviluppare, mediante un sapiente intreccio tra fattore economico e fattore culturale.
In realtà tutti i valori espressi nel mondo moderno (ne ho ricordato già alcuni) non solo non sono affatto in crisi, ma costituiscono un patrimonio da preservare e valorizzare. Semmai si è indebolita la loro applicazione. Essi aspettano da tempo di venire realizzati. Non sono altro, in molti casi, che appunti di cose da fare scritti sull'agenda dell'umanità e poi mai fatti. Dobbiamo ancora dare la libertà, l'istruzione, la tranquillità economica a miliardi di persone. Direi che quei valori sono ben vivi. Quel che si è perso, se si vuole, è il valore del valore. Non sappiamo più quanto sia costato quel valore oggi giudicato ovvio. Non sappiamo più quanto poco acquisito sia quel diritto che si continua a credere ingenuamente acquisito.
Si è molto discusso, in altri tempi, sulla dialettica tra servo e signore. Il cittadino quando è diventato 'un signore'? Lo è diventato quando ha compreso che i suoi diritti non gli venivano offerti dall'alto, ma dipendevano dal suo grado di consapevolezza riguardo ai diritti stessi e dalla sua operatività in merito. Non è forse un intendimento di questo tipo quello che occorre anche alla nascente società europea? Non pensiamo che quanto ci spetta ci venga dispensato dall'alto, per cui basti chiedere, invocare, sollecitare: occorre invece essere gli artefici della sua realizzazione.
Quel che va sottolineato forse è proprio il grande ideale di un umanesimo solidale, ancorato a idee di fratellanza e giustizia. Occorre allora ritrovare un patto tra di noi in questo senso. Si può, se necessario, far leva sui motivi più profondi della nostra tradizione culturale, dove trovano posto la libertà scientifica, l'autonomia delle coscienze, la ricerca di miglioramento e le nozioni-guida di solidarietà e di mutualità. Tutte cose non scontate, ma pagate una per una da lunghe lotte e polemiche. Va ritrovato un consenso di fondo - costituzionale - intorno a questi principi.
Apparentemente siamo lontani dal campo della bioetica, ma a guardare bene, anche in tale campo non si può fare a meno di ricordare, almeno in un primo momento, l'importanza di fattori etici generali, legati all'idea di cittadinanza offerta a tutti. La cittadinanza non è una cosa astratta, ma essa configura una parte della nostra vita nel quadro delle istituzioni. Da qui nasce la possibilità di considerare la cittadinanza un tipo di identità offerto, almeno in linea di principio, a tutti coloro che ne possono beneficiare, senza alcuna distinzione. Le eventuali sue restrizioni devono avere carattere temporaneo e contingente. Per quanto possa oggi essere impopolare un concetto del genere, esso deve essere riaffermato. Esso ha un valore etico evidente, se si pensa che alle persone debbano in primo luogo essere applicate leggi universali e soltanto in un secondo tempo, e cautamente, debbano esser riservati diritti legati all'identità propria, non generalizzabile. Nell'equilibrio tra queste due esigenze, la scelta non dovrebbe dimenticare le conquiste e i vantaggi legati all'universalità, come la generalizzazione di concetti quali l'uguaglianza, la mutualità, la cultura più vasta possibile.
Questa considerazione ci porterà all'ultimo paragrafo del nostro intervento, relativo alla religione.
Poco abbiamo detto fino a questo punto circa la componente religiosa. Anche la religione era stata relegata, se non tra il folklore, certamente in secondo piano rispetto alla preminenza della cittadinanza: creda ciascuno quello che gli pare, è libero di farlo, gli garantiamo anzi questa libertà, ma la faccenda si svolge tra lui o lei e il suo Dio, non ci riguarda come cittadini. Al pericolo di essere relegata tra i fattori meno rilevanti, la religione ha resistito in molti modi. Lo ha fatto come religione popolare e come religione dotta. Lo ha fatto soprattutto mediante i suoi legami con la pietà, che in questo mondo malvagio sempre riscuote un discreto successo. Quanto più le autorità costituite, civili o militari, sono costrette a fare (o deliberatamente fanno) scelte 'realiste' o spietate, tanto più singoli individui, o piccole reti di solidarietà, per quanto deboli, fanno esattamente il contrario, spesso con sacrificio e rischio personale. Lo si è visto nella Seconda guerra mondiale, ma anche di recente. Avviene così che persone molto poco potenti reggano quasi miracolosamente pesi grandissimi, mentre si sfasciano apparati costruiti con obbiettivi grandiosi. Anche questa esperienza appartiene all'Europa che si vuole oggi far nascere.
La religione può portare con sé contraddizioni come qualsiasi altro fenomeno ma, come fenomeno, non scompare e risorge dalle proprie ceneri, sovente a cura di persone sconosciute. Dunque, la resistenza del fattore religioso non può essere messa in dubbio. Con altrettanta evidenza esso resta difficilmente definibile e delimitabile. Esistono molte religioni, ed esse sovente si esprimono mediante dottrine che non possono essere risolte in pochi tratti. Il tentativo che qui facciamo non potrà essere esente da critiche, ma almeno non si potrà dire che abbiamo voluto evitare lo scoglio.
La religione si presenta come un fattore particolare quant'altri mai. Proprio in essa si conserva il carattere più particolare di un popolo o di un individuo. Vi è sempre nella religione qualche elemento di 'gelosia' e di esclusività. Eppure, molte volte si è compiuto il tentativo di liberare la religione dalle proprie esclusività e renderla universale. Nel momento attuale, che si caratterizza fortemente, come abbiamo visto all'inizio, per un certo predominio della particolarità sull'universale, anche le religioni tendono spesso ad accreditare le proprie realtà idiomatiche come veri fattori di cultura. Le religioni del resto stanno attivamente discutendo questi problemi nel confronto interreligioso di cui in questa sede non abbiamo da occuparci.
Il rapporto tra politica e religione comportò in passato reciproco sostegno nel nome dell'ordine. Nel mondo moderno si è invece chiesto alla religione di mettersi nella prospettiva di un ordine nuovo, di una società diversa, fondata su concetti che oggi consideriamo acquisiti, ma che hanno richiesto dure lotte nel nome dell'uguaglianza e della mutualità.
L'unica cosa che alla religione non era concessa, era fondare essa stessa l'ordine politico e realizzare essa stessa una struttura sociale e politica. Alla religione venivano infatti riservate altre funzioni. Possiamo oggi chiedere alla religione criteri per la bioetica? Si richiedono spesso alla religione risposte precise sulle materie in discussione. In tale quadro, la laicità della cultura vuoi dire per la religione due cose: l'aver accettato in partenza uno spazio libero per ognuno, in cui ognuno è trattato da cittadino e l'aver dato a quello spazio, per definizione, un carattere positivo, a cui corrisponde un uguale carattere garantito alla religione.
L'elaborazione delle relative tensioni, nella storia delle nostre società occidentali, non sfocia nella traduzione in leggi civili di una posizione definita da un gruppo religioso, ma procede mediante l'affermazione di un terreno d'intesa, necessariamente laico, nel quale possano convivere, se lo desiderano, diverse culture e religioni, libero ognuno di esprimere a suo modo la verità in cui crede. Del resto, continuando il nostro esame, nonostante l'importanza delle dottrine religiose (nel cui ambito non abbiamo da entrare in questa sede), possiamo rilevare un costante intreccio tra motivi umani e motivi religiosi, per cui è su questo intreccio che, finalmente, ci sembra di poter ancora fare alcune osservazioni.
L'etica religiosa consente di dare alle persone motivazioni profonde, che non sono in contrasto con il territorio dell'etica pubblica, ma non si riducono neppure soltanto a essa. Proviamo a descrivere in quanto proprie delle religioni (o almeno di alcune tra esse) tre componenti sovente intrecciate tra loro: la prima è quella della positività dell'esistenza, la seconda quella della compassione, la terza quella dell'impegno etico.
La religione si configura per un senso profondo della validità degli atti umani. Comprendere questo senso profondo del 'perché' fa parte della responsabilità religiosa dell'essere umano. Abbiamo detto che la scienza tiene in scacco la fatalità. Ma potremmo dire la stessa cosa della religione e forse quel compito, che la scienza sente come suo proprio, l'apparenta già alla religione. La religione afferma la positività dell'esistenza e la rivendica anche mediante la scienza; nello stesso tempo, innesta su questo senso ardimentoso la responsabilità dell'essere umano.
Il secondo elemento religioso che desideriamo mettere in evidenza è quello della compassione e della solidarietà, della presa in carico del problema come tale e della difficoltà come tale, anche in mancanza di soluzione univoca e definitiva. Nessuna persona umana deve sentirsi sovraccaricata da un peso per lei troppo grande; tutti devono conservare stima di se stessi. L'idea di una sofferenza che non deve essere giudicata, ma aiutata; il sentimento di dover con-patire là dove sarebbe più facile separarsi e badare agli affari propri; il senso anche tragico dell'azione umana talvolta necessaria: tutto ciò fa parte del dominio di un'etica più particolarmente religiosa. Anche qui non desideriamo tracciare dei confini. Tutto quel che è religioso è anche umano e viceversa. Ma appartiene alle religioni sviluppare particolari sensibilità in merito e, talvolta, demarcarsi nei confronti di comportamenti troppo ovvi o troppo normali.
Infine, il terzo elemento da mettere in evidenza è quello dell'impegno etico.
La religione insiste sul valore della dedizione e del lavoro non solo come espressione di un vincolo sociale, ma più ancora come volontà di non arrendersi al fato e far dipendere il mondo dalla propria azione, anche in presenza di contraddizioni forse inevitabili. In questo modo si dà sempre alla persona umana un alto senso del proprio compito.
Anche per quanto riguarda la bioetica e le biotecnologie, i motivi religiosi che si applicano alla cultura sottolineano motivi educativi che possono confluire in un dialogo fruttuoso. Quando si tenta di sapere in concreto che cosa dicono le varie religioni, o anche la religione cristiana cui appartiene chi scrive, si trovano in sostanza gli stessi modelli che abbiamo già ripetutamente incontrato: l'umanesimo, la mutualità, la solidarietà, e poi la libertà, il valore della persona umana e così via. Nei casi in cui, per ipotesi, una religione dovesse trovarsi in conflitto con tali valori universali, sarebbero questi ultimi a prevalere.
Il modo con il quale le chiese cristiane in Europa si introducono nel dibattito etico non è sempre chiaro. Sembra talvolta che si ritengano uniche ed esclusive depositarie di un patrimonio etico di umanità. Esse possono certamente contribuire con persone di grande competenza al dibattito stesso e influenzare quindi le leggi. Esse possono, d'altro lato, contribuire a coinvolgere l'opinione pubblica nei dibattiti stessi e influenzarla. L'unica cosa che 'per contratto' non possono fare è convertire il messaggio religioso in legge religiosa e quest'ultima in legge civile.


Un fondamento comune

La religione non può stabilire criteri diversi da quelli che la cultura universale conosce e che essa stessa ha contribuito a far nascere. Può però motivare una scelta o, in determinati casi, rendere la scelta più consapevole. Una scelta dettata da un motivo religioso dovrebbe essere più generosa e altruista rispetto a quelle scelte dettate da puri sentimenti di conservazione. In un caso del genere la scelta religiosa apparirebbe più delimitata, più rigorosa. In altri casi, invece, la religione potrebbe esprimere solidarietà piuttosto che condanna alla persona che deve farsi carico di una decisione sofferta, in modo che la decisione non sia ancora gravata da un ulteriore carico di scrupolo e di rimorso. In questo caso proprio, la religione per principio non prenderebbe partito per nessuna scelta particolare e si limiterebbe, per così dire, al puro conforto, alla pura presa in carico di un elemento di sofferenza umana legato alla contraddittorietà dell'umano come tale. Non ci si può aspettare che la religione elimini i conflitti etici, ma essa può contribuire all'esito delle scelte.
Si potrebbero ulteriormente ipotizzare casi ancora diversi, dove si venga condotti, in nome della religione, ad assumere posizioni nette e assolute. Si tratta di temi a proposito dei quali la discussione è oggi molto accesa. Non abbiamo qui da trattarne esplicitamente.
Naturalmente è sempre possibile contrapporre laicità e religione aprendo un discorso impostato molto diversamente dal nostro. Ma dubitiamo che sia necessario o proficuo il farlo. Di vero interesse non è la contrapposizione tra laicismo e religiosità. Quale sarà allora il vero tema in discussione? L'etica è piena di criteri di saggezza che ne bilanciano altri. Spesso accade che alcuni principi debbano cedere il passo perché, in base a ulteriori considerazioni, la loro applicabilità diventerebbe dubbia. Si può supporre che l'umanità possegga principi etici diversi e non troppo numerosi e che poi debba adattarli secondo le circostanze. Se così fosse, la contemporaneità tra indirizzi di fondo della cultura e momentanei adattamenti costituirebbe il vero centro del dibattito, anche per quel che riguarda la bioetica. La religione non starebbe a guardare, per il fatto che essa non soltanto non si sottrae a questi intrecci, ma forse proprio in essa nasce la possibilità di padroneggiare gli opposti. I veri criteri si manifestano mediante la ricerca dell'equilibrio tra senso critico e audacia, tra giustizia e equità, tra solidarietà e rigore. I consensi in merito non dovrebbero essere impossibili. Mediante il ricorso a motivi opposti, ma non incompatibili, che abbiamo già ricordato, quali libertà scientifica, autonomia delle coscienze, dedizione al progresso umano, ma anche solidarietà, mutualità e rispetto, noi potremo indirizzare al meglio l'attuale dibattito bioetico.
Tuttavia, prima di arrivare ai consensi occorre discutere e, per la scuola, insegnare a discutere è un compito altrettanto importante di quello della semplice trasmissione di conoscenza.

(da "ITER. Scuola, cultura e società", gennaio-aprile 1998)






BIBLIOGRAFIA

BAUMAN Zygmut, Le sfide dell' etica, Milano, Feltrinelli, 1996 (ed. orig. 1993).

GRACIA Diego, Fondamenti di bioetica. Sviluppos storico e metodo, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 1993 (ed. orig. 1989).

HARRIS John, Wonderwoman e Superman. Manipolazione genenca e futuro dell'uomo, Milano, Baldini & Castoldi, 1997 (ed. orig. 1992).

MILANO Gianna, Bioetica. Dalla A alla Z, Milano, Feltrinelli, 1997.



* Sergio Rostagno è professore di Teologia sistematica alla Facoltà Valdese di Teologia di Roma.



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