Più fame con gli OGM
Le bugie della globalizzazione


di

Carlo Petrini


Il discorso sulla globalizzazione è argomento sicuramente spinoso e impossibile da affrontare in poche righe: ha i suoi vantaggi e ha, ovviamente, le sue debolezze.
Quello che non ci convince è sostenere che la globalizzazione, da un punto di vista occidentale e prettamente economico, sia l'unica maniera per battere la fame nel cosiddetto Terzo Mondo e per donare un "modesto benessere e una speranza di futuro a oltre un miliardo di persone", come ha sostenuto sulla Stampa Mario Deaglio.
In primo luogo perché il concetto di benessere non è necessariamente lo stesso per un peruviano, per un abitante delle isole Samoa o per un londinese. (E non iniziamo nemmeno il discorso sulla creazione di bisogni, occidentali, strumentali alla vendita di prodotti e servizi in mercati ancora vergini, o quasi, nuove frontiere per un capitalismo globale che cerca di allargarsi sempre più).
In secondo luogo perché è nuovamente una distorsione dettata dal nostro essere immersi in una cultura produttivo-consumistica guardare a coltivazioni non intensive e considerarle anacronistiche e non funzionali ai bisogni della gente.
Bisogna altresì considerare che gli Ogm aumenteranno la fame nel mondo perché introdurranno un'agricoltura sempre più incentrata sulle monocolture, sostenute da grandi capitali e da prodotti chimici, soppiantando i piccoli agricoltori che usano la biodiversità per nutrire sé e le loro famiglie.
Le piccole fattorie sono più produttive delle monocolture industriali. Generalmente la resa si riferisce alla produzione per unità di superficie di un'unica coltura, e ovviamente piantare una sola varietà aumenterà la resa, mentre piantare più varietà insieme determinerà una resa minore delle singole varietà, ma frutterà un'elevata produzione di cibo.

Dal punto di vista della biodiversità, una produttività fondata su molteplici colture è maggiore di quella monocolturale. Nei campi terrazzati dell'alto Himalaya le contadine coltivano a rotazione miglio, legumi, diverse varietà di soia e fagioli. La produzione totale è di quasi 6000 kg per acro, circa il sestuplo delle monocolture industriali di riso.
Ha ragione Bové quando sostiene che l'agricoltura contadina deve essere economicamente efficace, e deve permettere al maggior numero di contadini, nel mondo, di vivere decentemente del proprio lavoro producendo un'alimentazione sana e di qualità.
Quello che voglio dire è che non sono contro la globalizzazione, se, come diceva Deaglio, servisse davvero a "venire a contatto con la diversità, accettare di avere qualcosa da imparare dagli altri, essere pronti a scambiare non solo merci ma anche cultura".
Il problema è che non è quasi mai così: il flusso è univoco, da Occidente verso zone altre che servono a guadagnare di più e con le quali l'unico scambio concepito è quello monetario. Se poi, come succede, si tende a imporre un modello alimentare a basso costo, e di infima qualità (come la carne agli ormoni di McDonald's), sbandierando la democraticità del prezzo accessibile a tutti, allora non ci stiamo più.
E' un aggiungere al danno (la perdita di biodiversità, l'omologazione culturale e gustativa) la beffa (il miraggio del risparmio e del guadagno). Perché, a prescindere dalle carestie e dalle guerre - fattori contingenti che non crediamo particolarmente legati alla mancata apertura all'Occidente e ai suoi modelli - il cibo serve a nutrire, prima che ad arricchire chi lo produce.


(La Stampa, (11/09/2000)




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