17 dicembre 1997
Don Franco Mosconi a Viboldone



Lo Spirito Santo


Signore,
Tu ci conosci e ci ami.
Eccoci davanti a te così come siamo, con le nostre difficoltà, con le nostre paure.
Ti ringraziamo perché ancora una volta ci accogli e ancora una volta ci parli attraverso la Tua Parola.
Grazie.
Rendici capaci di ascoltare e mettere in pratica il tuo insegnamento.
Per Gesù Cristo benedetto in eterno.
Amen.

Il tema di fondo di quest'anno è lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo non è una moda, è una potenza attiva nella Chiesa e nella storia dalla creazione. Incominciamo questa nostra riflessione - che non sarà una lectio come siamo abituati normalmente a fare - leggendo qualche versetto del famoso testo di Gioele. Il profeta Gioele al capitolo 3 parla dell'effusione dello Spirito:

Dopo questo, io effonderò il mio Spirito
sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni,
i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni effonderò il mio Spirito.
Farò prodigi nel cielo e sulla terra sangue e fuoco e colonne di fumo.
il sole si cambierà in tenebre E la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile.
Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza, come ha detto il Signore, anche per i superstiti che il Signore avrà chiamati.

Questo è un testo, ma ne prenderemo in considerazione diversi. Vorremmo oggi aiutarci a cogliere lo Spirito Santo come anima di tutta la Scrittura. Per questo sarà una lectio un po' diversa dal solito. ~ non vuole nemmeno essere una lezione cattedratica perché non sono professore. Rimane un cammino di fede. Vedremo che c'è un filo luminoso dell'azione dello Spirito che suscita, nutre, avvia con uno stimolo creativo incessante la nostra vita, e la rende una liturgia.

Il Primo Testamento per manifestare lo Spirito usa il termine "ruah", che in ebraico vuol dire respiro, vento, soffio, aria, alito. Dio l'ha voluto usare per esprimere se stesso e la sua azione nel mondo, secondo uno sviluppo sempre più chiaro.

Per capire sempre meglio questa potenza, questa forza, questa energia vorremmo fermarci su quattro
momenti, quattro livelli di ricerca sulla manifestazione dello Spirito:
  • come forza fisica
  • come energia vitale, spirituale
  • come realtà che si identifica a Dio
  • e poi, come un dono universale.
Inizialmente, la "ruah", questo respiro, questo vento come forza fisica.
Lo Spirito è un termine che ci può sfuggire - non così il Figlio e il Padre, più aderenti alle nostre esperienze - per questo parlare dello Spirito non è semplice.
Il vento, il respiro rimandano ad una forza, ad un movimento misterioso, non identificabile nell'effetto, ma in colui che regge il vento, in colui che regge il respiro, in colui che mette in movimento le cose. Nel libro dell'Esodo, al capitolo 10, 13, leggiamo:
Il vento d'oriente soffia per tutto il giorno e la notte. Ed ecco il vento d'oriente aveva portato le cavallette.
E, al capitolo 14, 21:
Un vento così forte che respinge il mare rendendolo asciutto.
Si tratta del Mar Rosso.
Questa "ruah" orientale quando soffia porta sgomento, infonde panico. Il Salmo 48 dice:
Distrugge le navi che solcano il mare,
cioè è un vento terribile, forte, straordinario.
Pensate al libro di Giobbe. Quando viene questo forte vento, investe i quattro lati della casa che rovina sui figli di Giobbe, uccidendoli. Se questa "ruah" investe,

l'uomo non esiste più, ogni sua traccia viene cancellata (Salmo 103).
Nel libro dei Giudici Gedeone, Sansone, sono raggiunti dalla forza della "ruah" di Dio che cambia le loro persone, le abilita a compiere azioni che sono al di sopra del loro livello normale, delle loro possibilità umane: al capitolo 6, 34:

Ma lo Spirito del Signore investì Gedeone;
così pure al capitolo 14, 6:

Lo Spirito del Signore - parla di Sansone - lo investì e senza niente in mano squarciò il leone come si squarcia un capretto.
Entrambi sono raggiunti da questo vento, da questa "ruah" di Dio che cambia veramente la loro persona.
Cadde lo Spirito su questi uomini ed essi ricevettero un coraggio ed una forza fisica da guidare un esercito, da lottare contro molti, fino a far crollare un edificio intero, scardinando la colonna centrale come ha fatto Sansone.

In questi primi dati c'è un primo significato base di questa "ruah" di questa forza di Dio: è una energia che si stacca da Dio. raggiunge persone e cose. Contro di essa l'uomo non può resistere. Pensate al vento quando divide il Mar Rosso. Questo è un primo segno, una prima forza, una prima indicazione.

Una seconda indicazione di questa "ruah" di questa forza, è di carattere vitale e spirituale. Questa "ruah" divina, Dio la partecipa all'uomo come respiro. Pensate a Genesi, alla creazione dell'uomo. il soffio divino entra ed esce dall'uomo. Lo possiede, perché Dio glielo dona.
Finché ci sarà in me un soffio di vita e l'alito di Dio nelle mie narici (Giobbe 27).
Il soffio di Dio mi ha creato, il soffio dell'onnipotente mi dà vita (Giobbe).
C'è una curiosa identificazione tra la "ruah" dell'uomo e la "ruah" di Dio. Sono una specie di fusione tra questi due respiri. Ma lo Spirito vitale percepibile nel respiro, resta misteriosamente al di là del respiro stesso.
Quando lo Spirito di Dio cade invece su un profeta e penetra il suo ambito affettivo psicologico prendendone possesso della sua vita, questi diventa una persona in grado di conoscere, parlare, valutare col discernimento e l'ottica stessa di Dio.
Pensiamo a Geremia, quando si sente investito da questa forza, da questo vento interiore che non riesce a contenere, il profeta subisce una specie di "maggiorazione" di tutte le sue facoltà, riuscendo ad esprimersi come Dio stesso.
Il profeta è la bocca di Dio.

E chi fa tutto questo? La "ruah", questo Spirito. E' gia un' impresa interpretare perfettamente il linguaggio di un'altra persona, è davvero impossibile fare questo nei confronti di Dio senza il suo dono.
Quindi si tratta, a questo punto, in questo secondo momento della "ruah" come forza spirituale, è una visione più matura della precedente. Qui lo Spirito di Dio è una energia che si stacca dalla sua trascendenza e raggiunge l'uomo. nella sua realtà. nella sua immanenza. La persona raggiunta dallo Spinto resta puramente a livello umano, anche se può compiere qualcosa che la supera, che va al di là di lei.

Una seconda annotazione è che non sono molti coloro che beneficiano di questo Spirito in termini carismatici. I profeti non sono tantissimi. E' una caratteristica di pochi. Nonostante il desiderio di Mosè, espresso nel libro dei Numeri:
Fossero tutti profeti nel popolo del Signore!
E volesse il Signore dare loro il suo Spirito.
Un terzo momento: la "ruah" come realtà che si identifica a Dio. Al punto di arrivo di tutto l'Antico Testamento - siamo al libro della Sapienza - notiamo che lo Spirito qui è ancora una energia di Dio presentata da una serie di aggettivi di qualifiche. alcune delle quali riguardano direttamente Dio.

E' uno Spirito Santo, onnipotente, amante, sottile; basti ricordare tutta quella serie riportata nel capitolo 7,22-23 della Sapienza:
In essa c 'è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell'uomo, stabile, sicuro, senza affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi.
C'è quasi una coincidenza tra lo Spirito e Dio.

E infine c'è la "ruah" come dono universale. Per una appartenenza esclusiva al Signore.

C'è il famoso testo di Geremia che certamente è il testo più citato dal Nuovo Testamento:

Geremia 31, 31-34:
Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda concluderò un'Alleanza nuova, non come l'Alleanza che ho concluso coi loro Padri, un'Alleanza che essi hanno violato.
Questa sarà l'Alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore. Porrò la mia legge nel loro animo.
La scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.
Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri dicendo: riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore.
Poi il famoso Ezechiele 36, 22:
Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra, vi darò un cuore di carne.
E poi il testo di Gioele che abbiamo letto all'inizio.
Cioè, seguendo l'evoluzione del Primo Testamento la prospettiva del dono di Dio tende ad allargarsi fino a raggiungere un massimo a livello messianico. Il testo appunto di Gioele che abbiamo letto. Un brano che verrà ripreso da Pietro il giorno di Pentecoste, per interpretare proprio il dono dello Spirito:
Dopo questi giorni verserò il mio Spirito sopra ogni persona.
Ogni persona diventa potenzialmente destinataria dello Spirito. Il carisma della profezia sarà universale. Noi siamo un popolo profetico.
I vostri vecchi avranno sogni, i giovani visioni.
Questa frase ha un significato psicologico preciso: in genere sono i giovani che sognano il futuro, mentre sono i vecchi che ritornano con visioni retrospettive al passato. La presenza dello Spirito cambia completamente la situazione di ciascuno. Al giovane dona l'esperienza sapienziale dell'anziano, al vecchio dona il dinamismo giovanile sempre creativo. Lo Spirito cambia la situazione di ciascuno. Cioè permette un altro tipo di vita. E qui bisogna veramente credere a Geremia 31, 31-34, a Ezechiele 36, 26-27 e anche a Zaccaria 12,10:
Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme
uno spirito di grazia e di consolazione...
Sono testi che permettono dì approfondire maggiormente questa prospettiva messianica, raggiungendo ogni persona.
Lo Spirito non solo crea un dinamismo nuovo, ma opera una creazione nuova, con un principio interiore di vita morale, scriverà una legge nuova con gli stimoli e i suggerimenti che lui stesso darà.
Quindi dopo un lento cammino di conversione e ripetuti ritorni al Signore, fra tante infedeltà e ribellioni, il popolo messianico futuro riceverà un'effusione dello Spirito Santo tanto da divenire pienamente popolo di Dio. Ma anche per essere uomini e donne di Dio che vivono in totale e completo affidamento al Signore un'offerta di vita, è indispensabile che lo Spirito dell'uomo così fragile, incostante, venga trasformato, in qualche modo venga sostituito dallo Spirito di Dio. E' lo Spirito che spinge verso la nuova Alleanza, verso una stabile, profonda e irreversibile appartenenza reciproca fra Dio e l'uomo, fra Dio e il suo popolo.
Noi riconosceremo Javhè ed egli perdonerà i peccati,
dice Geremia.
In questa prospettiva, lo Spirito è il segno che Javhè riprenderà in mano la storia, sarà un ritorno di salvezza sorprendente, come ai tempi dell'Esodo. Tutte le lontananze da se stessi, dall'uomo e da Dio saranno eliminate, perché non seguiremo più le nostre riduttive autonomie, la vita ormai sarà senza idoli e nel nostro cuore dominerà questa presenza purificata dalla conversione.

Una prima conclusione da questi quattro momenti: c'è una linea evolutiva molto chiara.

Lo Spirito di Dio avvertito all'inizio come forza - partendo dai presupposti dicevamo all'inizio che il Padre è il Padre, il Figlio è il Figlio, lo Spirito... a volte rimaniamo un po' perplessi sul come concretizzarlo - viene percepito in seguito come senso dell'esistenza. come vera sapienza che accoglie Dio grazie a un modo nuovo di progettare! di decidere. C'è una fedeltà e una semplicità, sarà il principio di una continua conversione, non ancora del tutto percorsa:
  • non un possedersi, ma un perdersi
  • non una gestione della propria vita con le sue delusioni, ma un consegnarsi mossi dallo Spirito per essere salvati
  • non un dono riservato a pochi, ma la condizione di tutti coloro che partecipano all'universale effusione dello Spirito.
Questi, in sintesi, i punti di arrivo del Primo Testamento. Questo sarà il punto di partenza della riflessione nel Nuovo Testamento. Che non può non tener conto di tutta questa storia che poi noi abbiamo solo accennato, in alcuni momenti.


Adesso, passiamo al Nuovo Testamento.

Una prima indagine sulla ricorrenza della voce - che nel testo ebraico è la parola "ruàh", nel testo greco è "pneuma" - ci fa capire come nel nuovo Testamento sia Paolo l'autore che più di ogni altro si occupa dello Spirito Santo.
Paolo utilizza la parola "pneuma" 139 volte, seguito da Luca che, tra Vangelo e Atti, usa la parola 109 volte.
Perché partiamo da questa pista paolina? Anche perché Paolo è un ebreo, Paolo è un credente che non è nato soltanto sulla via di Damasco. Paolo si era formato alla molteplice ricchezza della sua tradizione ebraica, negli anni giovanili, presso la scuola di Gamaliele, poi nella Sinagoga, poi nel movimento liturgico che trovava il suo punto di riferimento ideale nel tempio. Cioè Paolo ci aiuta a fare una sintesi di quella che è la ricchezza dell'antico Testamento, da lui trasferita nel Nuovo. Consapevole di questo cammino spirituale, Paolo rielabora il punto di arrivo dell'Antico Testamento riguardo allo Spirito, a partire dal contatto vivo con l'esperienza cristiana. Cioè, nella prospettiva dell'Apostolo, lo Spirito appare subito come l'energia, il dinamismo stesso di Dio, la sua via e i suoi valori concentrati e offerti, in Cristo morto e risorto, a tutti gli uomini.
Direi che proprio questa è già una sintesi, è già una risposta. Nella prospettiva dell'Apostolo, lo Spirito appare come una energia che ci fa rendere conto che si tratta di una cosa reale, concreta, non evanescente; lo Spirito, per Paolo, è un'energia, è il dinamismo stesso di Dio, la sua vita, i suoi valori, offerti a tutti gli uomini attraverso Cristo morto e risorto. Questo dono si fa Vangelo, così che lo Spirito operante in esso raggiunge tutti, abilitando a condurre una vita di pienezza cristologica, al di sopra delle normali possibilità. E' questa energia che ci rende veramente figli.
Noi abbiamo consapevolezza, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui
Il nostro Vangelo si è diffuso tra voi non soltanto per mezzo della parola,
ma anche con potenza e con Spirito Santo
(1 Tess., 1, 4-5).
E, nel suo annuncio, la Parola - dice Paolo - determina tre esperienze:
  • la Parola contiene la forza della resurrezione
  • lo Spirito Santo posto in posizione di centralità,
  • una pienezza progressiva, cioè c'è una maturazione progressiva.
Il Cristo annunciato ed espresso nel Vangelo non è un concetto, ma la persona stessa di Gesù morto e risorto che agisce e dona il meglio di sé proprio nello Spirito. Esso, accettato ed assimilato, diventa in noi la forza viva della resurrezione, capace di costruire una pienezza abbondante e progressiva. Nello Spirito abbiamo cioè come il condensato della morte e resurrezione di Gesù, in grado di esprimere la vitalità stessa di Dio, mettendo in moto un processo di cristificazione che costituisce la pienezza del credente, con l'abbondanza continua e progressiva della vita di Cristo trasfusa in noi dall'azione dello Spirito operante nel dono del Vangelo.

Qui noi capiamo allora cosa vuol dire fare una lectio divina quotidiana, celebrare un'Eucaristia su questa abbondanza continua e progressiva della vita di Cristo trasfusa in noi dall'azione dello Spirito operante nel dono del Vangelo.

Queste cose che Paolo trasmette alle sue comunità, lui le ha vissute e le vive. Queste realtà che Paolo ha connotato a livello comunitario vengono poi trasferite su un piano personale in cui emerge moltissimo la dimensione della totale dedizione al Vangelo.
Così Paolo si esprime:
mi è testimone Dio, al quale io rendo culto nel mio Spirito annunziando il Vangelo del Figlio suo,
con quale costanza ininterrotta io mi ricordo di voi nelle mie preghiere (Rm.
1, 9).
Cioè Paolo vive una preghiera ininterrotta che prende forma di culto e che ha per contenuto la stessa evangelizzazione. E' un tutt'uno per lui la preghiera e l'evangelizzazione. Tutto quello che egli vive e fa trova risonanza profonda nel suo spirito, nella sua interiorità abitata dal Vangelo. Quello che appare nella sua vita è solo l'affiorare di una unità profonda della sua persona, di ciò che è, di ciò che fa, senza dissociazione, senza dispersione. Tutta la sua esistenza, potremmo dire, è una specie di liturgia. Egli si consegna in obbedienza a Dio con tutte le sue risorse, mentre lavora e diffonde il Vangelo. Per lui il Vangelo è l'amore stesso di Dio che in Gesù si autoconsegna. Non si può annunciare altrimenti
che nell'amore e nella autodedizione. Non è un mestiere l'evangelizzare. Cioè il Vangelo porta dentro questa esigenza di dono di sé fino a dare la vita.

La prima lettera ai Tessalonicesi (1 Te ss. 2,6-7) dice i sentimenti con i quali Paolo parla della sua evangelizzazione:
E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altr4 pur potendo far valere la nostra autorità di Apostoli di Cristo.
Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi
come una madre nutre e ha cura delle proprie creature...
Cioè il compito sacerdotale di Paolo non consiste solo nel trasformare i pagani in oblazione a Dio (come dice nella lettera ai Romani), ma nel rendersi protagonista in prima persona di un sì che lo consegna in offerta e questo impegno scaturisce dal contatto vivo col Vangelo per il quale Paolo è a servizio. E' un coinvolgimento che diventa chiamata a vivere in stato di offerta, resa possibile dal dinamismo stesso del Vangelo. Vorrei dire che la sacerdotalità di Paolo non è un fatto funzionale o rituale, è tutta la sua vita che viene coinvolta.

E qui adesso tocchiamo un momento molto interessante, sempre partendo dalla esperienza di quest'uomo, che, come formazione, viene dal Vecchio Testamento: la vita come tempio dello Spirito che irradia Dio.

Il Paolo cristiano, pur avendo superato il contesto del tempio, mostra di riferirsi volentieri a questa esperienza della sua vita di ebreo. Teniamo presente cos e ancora oggi il tempio per un ebreo: la sua frequentazione, scandita dalle feste annuali, dà la possibilità di approfondire il senso del culto, il posto che doveva occupare nella vita dei fedeli ebrei, tutte le volte che andavano al tempio c'era un motivo. Cioè l'esperienza del tempio gli ricordava la possibilità di venire in contatto con Dio faccia a faccia. Era un momento qualificante in cui tutta la sua vita ne traeva beneficio; l'uomo usciva dalla sua profanità usuale e Dio gli si faceva incontro nella sua trascendenza e dal tempio l'uomo, il popolo, ritornava rinnovato per vivere meglio i suoi impegni.
Questo legame, questo impatto con Dio col quale rinnovava la sua Alleanza poi lo portava a vivere diversamente nella storia. E questo, anche se, purtroppo, pure nell'Antico Testamento il tempio era diventato un'abitudine, come lo ricordano certe stangate di Geremia e di Isaia:
Inutile dire tempio del Signore tempio del Signore se poi non lo vivete!
Cioè anche a quei tempi c'era il rischio di incontrarsi in modo formale, disimpegnato. Però partiamo da questa esperienza.

Paolo, ad un certo momento, al tempio sostituisce il Cristo. Paolo, incontratosi con Cristo, saldatosi a
Lui, trasferisce in modo ardito tutti i valori, tipicamente sacrali del tempio, a Cristo. Cioè l'incontro
con Dio nel nuovo e definitivo tempio ora avviene in Cristo. E da Lui si partecipa a tutta la vita umana.
L'apostolo usa la terminologia tipica del tempio, del culto e la riferisce alla vita del cristiano (1 Cor, 3,16):
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?.
A Corinto Paolo invita a prendere coscienza di questo legame realizzatosi con Cristo nel Battesimo, invita ad approfondirlo in tutti i dettagli mediante la legge dello Spirito che, con la sua presenza, ormai suggerisce, stimola tutta una serie di comportamenti che realizzano davvero una reciprocità con Cristo. Forse non riusciremo mai a capire fino in fondo il senso della presenza del dono battesimale, questa legge nuova dello Spirito. La persona nella sua dimensione anche corporea, appare all'Apostolo sotto una concezione più profonda più impegnativa. Egli dice:
il corpo non è fatto per I 'impudicizia, ma per il Signore e il Signore per il corpo (1 Cor. 6, 13).
Cioè il corpo, il nostro corpo è colto sempre più come concretezza relazionale della persona salvata da Cristo, unita a Lui nella partecipazione vitale della resurrezione. Dio ha risuscitato il Signore e risusciterà anche voi.
Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? (1 Cor. 6, 15)
Cioè, la presenza dello Spirito diventa la norma che ci insegna ad applicare in ogni situazione le scelte tipiche di Cristo che hanno segnato in termini oblativi, di compiacenza al Padre, tutte le sue relazioni. Quindi la presenza dello Spirito crea lo stesso contesto filiale di Gesù verso il Padre, lo crea anche dentro di noi.

Affrontare con questa prospettiva precisa la nostra corporeità significa saper esprimere con creatività, con intelligenza, tutti i valori tipicamente divini vissuti da Cristo. E Paolo con molta radicalità traccia un imperativo sintetico di questa realtà dicendo:
glorificate Dio nel vostro corpo (1 Cor. 6, 20).
Cioè dà molta importanza anche a questa nostra corporeità. In altre parole: fate di tutto per irradiare, donare, riesprimere la vita tipica di Dio, perché la vostra vita è una progressiva divinizzazione offerta a voi in Cristo e ora suggerita come dimensione possibile a voi nello Spirito.
Tutto questo dovrà avvenire senza intermittenza. Non ci sono realtà, situazioni, in cui questo non possa realizzarsi, ecco perché per Paolo tutta la vita è un'offerta liturgica che nasce dal dono di Cristo e che nello Spirito diventa in noi dono agli altri e a Dio.
"Sia dunque che mangiate o che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa, fate tutto a gloria di Dio" (1 Cor. 10).
Nell'esistenza compenetrata da Cristo e dallo Spirito tutto viene recuperato all'azione trasformante dello Spirito in maniera profonda, non generica. Direi, nella vita abituale della persona, anche nei tempi più feriali e più banali si svolge la funzione propria del tempio, cioè dare lode a Dio. La nostra vita deve dare lode a Dio attraverso il nostro comportamento, essere il suo tempio in cui si compie l'offerta della vita:
Per me, infatti, il vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil. 1, 21).
Vorrei che ne capissimo veramente la ricchezza. A volte non ne siamo consapevoli. Plasmati interiormente dallo Spirito - che possiamo assorbire dalla Parola, dall'Eucaristia, dalla preghiera personale, anche dal silenzio - che traduce la ricchezza di Cristo in esigenza di vita, il cristiano può affermare con sconcertante semplicità, come dice Paolo: la mia vita è Cristo,
non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me (Gal. 2, 20).
Ecco la sintesi che Paolo fa attraverso la sua formazione anticotestamentaria e dopo l'incontro con Cristo.
E' Cristo l'io dinamico e progettante della nostra vita e guai se non è Lui.

In Romani 6, 1 - 11, Paolo traccia una dettagliata serie di conseguenze della vita in Cristo risorto accesa dal Battesimo:
Che diremo dunque? Continuiamo a restare nel peccato perché abbondi la grazia? E' assurdo! Noi che siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere nel peccato? O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua resurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti, chi è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora, invece, per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù.
Gesù ha veramente passato la sponda della fragilità con la sua morte, non è più raggiungibile da nessuna potenza negativa, egli ormai è nella sfera del Padre e Paolo intravede ormai la possibilità personale di arrivare anche lui alla stessa meta, di passare all'altra sponda. Cioè Cristo morto e risorto non è più in preda di alcuna violenza distruttiva, ora vive la piena vita della resurrezione completamente orientato a Dio.
La vita di resurrezione è sentita dall'Apostolo come capacità sovrana di sfuggire ai messaggi negativi del male e come possibilità positiva di attuare ormai una vita di relazione dinamica nell'amore. Quindi la vita di Gesù risorto ripensata da Paolo è una vita che si tende in offerta incessante e riconoscente al Padre.
E il quadro ideale tracciato da Paolo viene tradotto subito in conseguenza pratica anche per noi. Egli non tarda a dire:
Così anche voi reputate voi stessi come morti definitivamente al peccato -
cioè completamente indifferenti, irraggiungibili da ciò che è negativo
e viventi davanti a Dio in unione a Cristo Gesù (Rm. 6, 11).
Dice: pensatevi come non esistenti di fronte a qualsiasi risucchio del male, indifferenti alle sue proposte, come morti, pensatevi come morti al peccato. Sentitevi invece persone vive attratte da una relazione che vi dilata, vi consegna nell'amore. Impegnatevi al massimo in questa vita di relazione che sta approfondendosi e maturando dentro di voi grazie alla saldatura con Cristo morto e risorto. Quindi muovetevi e sviluppatevi in questo suo spazio vitale, legati a lui da un intreccio che diventa comunione profonda, stimolo incessante di una personalità che ormai si orienta decisamente verso Dio.

Sembra dire Paolo: imparate ad assimilare l'orientamento di Gesù al Padre, la sua docile obbedienza, cioè consegnatevi come persone vive a lui. Ogni esproprio che favorisce questa direzione vi sembrerà allora un guadagno. E qui c'è il famoso testo di Filippesi 3, 7-11, quando Paolo fa un po' la storia della sua vocazione, con tutte le sue prerogative; ma di fronte alla sublime conoscenza di Cristo tutto è spazzatura:
Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, alfine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua resurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventando gli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla resurrezione dai morti.
Quindi imparate ad assimilare l'orientamento di Gesù al Padre, la sua obbedienza docile. Vi consegnerete come persone vive a lui. Se lascerete a Cristo e allo Spirito il protagonismo della vostra vita, conoscerete la vostra vera identità, quella che riempie, quella che appaga fino in fondo, quella che vive davanti a Dio senza divisioni, senza dispersioni, radicalmente e totalmente, cioè conoscerete la maturità di un incontro che vi fa restare davanti a Dio Padre con la capacità, la profondità, la vitalità propria dell'amore di Cristo.

E qui Paolo ci vuole portare a vivere la medesima esperienza di Gesù.

Allora giustamente qui ci sarebbe tutto un discorso da fare sulla lettera ai Romani, lo accenniamo brevemente.

Lo Spirito riscrive nel discepolo il contesto filale di Cristo: è il messaggio di fondo della lettera ai Romani. Cioè, nella relazione irreversibile stabilitasi tra il credente e Gesù morto e risorto, Dio fa dono all'uomo del suo Spirito. Così che sotto lo stimolo di questo Spirito rigeneratore, l'uomo può accedere ad un contesto filiale. Cioè lo Spirito con la sua presenza attiva si comunica come legge; l'unica legge del credente è la docilità allo Spirito. Questa nuova legge prende la funzione pedagogica dell'antica legge e non si tratta di pure notificazioni che lasciano l'uomo nell'incapacità di tradurle. All'uomo che si apre al Vangelo e al Cristo viene offerto un contesto più valido: la stessa vita filiale di Cristo con la sua forza di spinta per realizzare il volere di Dio e pareggiare il suo sogno sull'uomo. La presenza dello Spirito come legge, come funzione pedagogica originale, insegna a recepire, a tradurre tutto il contesto filiale di Gesù con una paziente e importante concretizzazione. Cioè lo Spirito traduce l'intera ricchezza di Cristo in suggerimento, in proposte da attuare giorno per giorno, occasione per occasione, facendoci intravedere anche le vie applicative, fornendoci le forze necessarie a vivere una vita contemplativa, una vita monastica - che è fatta di preghiera, di studio e di lavoro - in un contesto creato da suggerimenti e proposte per attuare ogni giorno questa ricchezza, un contesto filiale che ci traduce dentro di noi tutto il contesto filiale di Gesù.
E' la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù (Rm. 8,2).

Coloro che si fanno guidare dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio (Rm 8, 14).
Lo Spirito stabilmente presente nell'interiorità dell'uomo come il suo vero io profondo che lo guida, che lo rende partecipe della capacità esecutiva di Cristo, che realizza progressivamente una affinità omogenea ai valori tipici del Risorto.

Non so come ridire tutte queste cose.

Il credente da parte sua prende sempre più coscienza di possedere lo Spirito di Cristo, di appartenergli. L'effetto che se ne ricava è veramente quello di diventare figli di Dio realmente. Cioè lo Spirito, guidandoci, ci palesa una nuova condizione personale, un nuovo stato di vita, forse ancora iniziale a partire dal Battesimo e che un giorno diverrà condizione di pienezza escatologica. E' una vitalità dinamica, non c è una vitalità cristiana statica, non c'è una vita monastica statica. E' un cammino continuo come quello dei pellegrini; c'è questo continuo stimolo dello Spirito. Noi siamo portati ad una trasfigurazione progressiva. C'è una pienezza che ci appartiene, ma che ha un inizio e che deve crescere.
Riceveste uno Spirito di adozione filiale con il quale gridiamo Abbà, Padre mio,
non uno spirito di servitù. Lo Spirito crea una vera e propria trasformazione diciamo pure "ontologica" della mia esistenza. L'effetto più vistoso sta nel superamento della prassi di obbedienza appiattita, formale, che rischia di relegare un discepolo ancora ad un livello di immaturità religiosa. Lo Spirito crea il passaggio da una specie di condizione impersonale fatta di lontananza non colmabile, ad un rapporto di esperienza qualitativamente unica che è l'adozione filiale che mette in contatto con il Padre.
Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: Abbà.
Quindi ricevo un coinvolgimento diciamo pure trinitario. E' questo un cammino di libertà tipico della vita che possiedono i figli di Dio. Una libertà che irrompe sotto la spinta dello Spirito il quale ci insegna a confrontarci con la vita del Signore risorto. E, presi nel giro unificante di quella vita, siamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria. Quindi nella comprensione globale della vita, sotto l'influsso dello Spirito, nasce e fiorisce per Paolo la vita di resurrezione che, dalla situazione presente, ci porterà alla pienezza futura, ma che costituisce anche la nostra offerta a Dio, cioè trasforma la nostra vita in una liturgia.

Il discorso non è semplice. Voglio soltanto concludere con un accenno a un testo di Giovanni, come complemento. E di Giovanni tenete presente il testo della Samaritana: Gv. 4, 23-24, il dialogo tra Gesù e la samaritana al pozzo, dove narra la promessa più sublime offerta all'uomo. Gesù accetta questa donna così com'è, le parla, le mostra fiducia, le offre il suo dono, la vita e i valori gestiti e animati dallo Spirito. Con la spinta interiore dello Spirito i valori tipici di Gesù vengono ricreati nella interiorità dell'uomo; è questa spinta, questo stimolo a far crescere la vita eterna già ora nello spirito dell'uomo.

Ad un certo punto questa donna è interessata:
se tu sapessi qual è il dono di Dio!
E gli pone una domanda, non è per nulla evasiva. In pratica, cosa chiede? Come si può venire a contatto con Dio? Come trovare la spinta per migliorare la propria vita? Secondo la mentalità ebraica tutto questo era attuabile al tempio - il discorso che farà Paolo, che poi trasforma in Cristo - ma quale?
Garizim? Gerusalemme? cioè il tempio per questa donna era il luogo determinante per incontrare Dio, uscire dalla propria fragilità.
Ed ecco la risposta di Gesù.
Credimi donna, cioè prendimi sul serio, vuol dire, prendi sul serio quello che sto per dirti: sta venendo l'ora in cui sarà sempre più chiaro che né in questo luogo né in Gerusalemme adorerete il Padre.
E' una frase di per sé rivoluzionaria. E' finito il tempo in cui il popolo di Dio fa perno sul Garizim. il punto di contatto che qualifica la vita religiosa è un altro.
Ma verrà l'ora ed è adesso in cui gli adoratori veri, adoreranno Dio come Padre nello Spirito e nella verità. Il Padre infatti cerca e vuole questo tipo di adoratori.
La frase di Gesù si apre con un ma:
ma verrà l'ora ed è adesso.
Questo crea una specie di separazione con ciò che c'era prima. Ciò che ha inizio adesso è veramente nuovo ed è proiettato in un futuro che lo renderà ancora più evidente, questo nuovo riguarda l'adorazione del Padre, il contatto vivo e purificante tra l'uomo e il Padre e la prima nota di questo contatto è che Dio va incontrato come Padre con fiducia e abbandono, al di là di ogni luogo e spazio. Non è questione di luogo, ma è questione di relazione. E questa può avvenire ovunque, a condizione che sia sostenuta dal messaggio rivelativo che comunica la vita stessa del Padre, il suo amore, la verità. A condizione ancora che la Rivelazione venga applicata alla nostra vita attraverso la vitalità e il dinamismo, la forza intelligente dello Spirito. Questo mi pare la spiegazione e la risposta più chiara.

Allora, come si può arrivare a questo contatto a questa adorazione?
La prima nota di questo contatto è che Dio va incontrato come Padre, quindi con fiducia e abbandono, al di là dei luoghi e degli spazi, né sul Garizim, né a Gerusalemme, non è questione di luogo, ma è questione di relazione. E questa può avvenire ovunque, però a condizione che sia sostenuta dal messaggio rivelativo della Scrittura, della Parola di Dio che comunica la vita stessa del Padre, il suo amore, la verità e a condizione ancora che la Rivelazione venga applicata alla nostra vita attraverso la vitalità, il dinamismo, la forza e l'intelligenza dello Spirito. Chi vuol raggiungere il Padre deve farsi permeare dalla verità di Cristo, dalla sua vita partecipata a noi, applicataci attraverso la mediazione pedagogica dello Spirito che ci indica le vie concrete per assimilarla, dandoci la forza necessaria. E' lo Spirito che ci porta, ci introduce verso questa verità piena e completa. I veri adoratori così incontrano Dio come Padre, purificando e migliorando il proprio contesto di vita.

Ciò che mette in reale contatto col Padre è la vita di Gesù assimilata nella forza dello Spirito. Una vita che diventa tutta omogenea al Padre per la compresenza della vita di Cristo. E' il ruolo attivo dello Spirito. Tutto questo perché il Padre è lo Spirito, non nel senso che si confonde, ma perché ha lo stesso contesto di vita, è la stessa vita pur nella distinzione delle persone. Il Padre è lo Spirito nel senso che lo fa essere, lo dona e attraverso di esso si manifesta.

La diversità e la molteplicità con cui lo Spirito Santo viene in contatto con la nostra vita rende complessa una schematizzazione riassuntiva, ma è proprio questa molteplicità a dare all'azione dello Spirito la freschezza, la capacità coinvolgente; qualsiasi astrazione finirebbe per essere una riduzione. Un Dio che raggiunge l'uomo mediante lo Spirito che è la sua stessa forza, il suo stesso amore dinamico, intraprendente. Nel Vangelo di Dio e di Cristo questo dono si intensifica e raggiunge potenzialmente tutti provocando un movimento ascendente di vita che al suo culmine rende ognuno di noi familiare a Dio, omogeneo a Dio, della stessa pasta di Dio. Questo contatto di vita affine a Dio, abilita la nostra vita a vivere quegli atteggiamenti di affidamento pieno, di dono, di dialogo incessante, tipici della vita di Gesù. E' qui che ci vuol far arrivare.

Il discorso della omogeneità, questo contatto di vita proprio affine a Dio, abilita la nostra vita a vivere quegli atteggiamenti di affidamento pieno, di dono, di dialogo incessante, tipici della vita di Gesù, per cui la vita, le relazioni, tutto quello che facciamo nelle nuove condizioni assumono un significato profondamente nuovo, capace di irradiare Dio, di lodarlo, di amarlo senza intermittenza. Così la nostra vita diventa una liturgia perenne, un ringraziamento.

E l'anima di tutta questa prospettiva è lo Spirito, che plasmando interiormente i lineamenti di Cristo in noi, che non sono tanto quelli somatici, ci inserisce nel dialogo stesso che Gesù ha con il Padre e nel suo dono agli uomini.

Capite allora il senso tradizionale della verticalità e dell'orizzontalità. Cioè ci inserisce in questo dialogo stesso che Gesù ha con il Padre e nel suo dono agli uomini. E' un'offrirsi spezzandoci per gli altri. E lo Spirito è questa legge nuova, questo principio rigeneratore della liturgia perenne che prolunga nella storia e nel tempo la vita filiale di Cristo Risorto fino a che egli venga.

Chiudo con una frase della prima lettera di Pietro che è una frase consolante, anche se può essere un po duretta, detta da Pietro:
Beati voi se siete oltraggiati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, lo Spirito di Dio
riposa su di voi
(1 Pt. 4, 14).
Sembra una contraddizione, ma beati voi se siete oltraggiati per il nome di Cristo perché lo Spirito di Dio riposa su di voi. Sembra dire che l'esperienza dello Spirito è quell'esperienza dell'amore che qualche volta si esprime proprio nell'essere oltraggiati. Cioè l'esperienza dell'amore crocifisso, questa a volte abissale tenebrosità dell'abbandono, della solitudine. Là dove la Croce è più insopportabile, proprio perché è la Croce di Cristo, ivi più palesemente il cristiano sperimenta nel più profondo di sé la presenza beatificante dello Spirito.

C'è una beatitudine, perché dietro a questo oltraggio c'è anche lo Spirito di Dio che riposa su di noi.

Ecco erano alcune cose che si potevano dire nell'anno in cui tutti ci parlano di questo Spirito, partendo, prima, da alcune note dell'antico Testamento come energia e come forza, e vedendo, poi, come Paolo che viene da quella formazione, ha saputo trasferire nel Nuovo Testamento sinteticamente questa energia e questa forza che è viva e operante anche in noi in questo momento, mentre cerchiamo assieme di capirci qualcosa, e della Parola e di quello che sta avvenendo dentro di noi.
Paolo non dice se non quello che sperimenta lui e la sua comunità.
E' ciò che la Chiesa continuamente deve sperimentare, attraverso la Parola che ci trasmette tutta la ricchezza, tutto il dinamismo di Cristo morto e risorto.


Don Franco Mosconi
Eremo di San Giorgio,
Bardolino (Verona)



Torna ad inizio pagina



Home | Bioetica & Bioetiche | Che cos'è la Bioetica | Spiritualità | Scuola |
Libri | Giornali | Che cos'è il «Tobagi» | Documenti | Massime & Citazioni |
Filosofia della Politica | Aderire al «Tobagi» Online