"Non ci avete lasciato nemmeno la speranza"


di
Khaled Fouad Allam

(La Stampa, 6 ottobre 2001)


Sono nato all’imbrunire dell’estate, nel mese in cui i frutti della terra ci concedono le loro più belle danze, si offrono a noi come una lirica del dono. Ma in quell’anno la mia terra tremava, la paura aveva invaso ogni angolo del paese. In Algeria era il tempo della guerra di liberazione contro i francesi. Sotto le rovine della Mansurah, altre rovine scrivevano la loro storia di odio, di derisione. Certo, non erano rovine in cui potevamo rileggere dinastie di un passato splendente: quelle rovine erano dovute alla distruzione degli uomini e non all’erosione del tempo, descrivevano la paura, l’umiliazione. A quell’epoca ci avevano anche insegnato che gli altri erano sempre superiori a noi. Fu così che feci i miei primi passi nel mondo.

Molti di noi sono cresciuti nella paura dell’altro, perché era da 500 anni che risuonavano le stesse parole: diversi, superiori eccetera. Sono entrato nella vita con la paura, mi ricordo ancora piccolo quando mia madre mi portava fuori e incontravamo filo spinato, controlli e controlli, il mio corpo all’improvviso era inondato di sudore. Mia madre mi stringeva forte la mano. Per molto tempo questa stessa paura mi invadeva, ogni volta che incontravo una persona in uniforme. Gli anni passarono e la libertà apparve all’orizzonte: la generazione di miei genitori aspettava la democrazia come un dolce troppo atteso ma non come una dolce attesa. Gli anni passarono, belli, fragili, tristi e gioiosi, e mia madre mi insegnò la bellezza delle sure del Corano, della poesia araba, ma anche la bellezza dell’altro: mi mandò a seguire corsi di iniziazione alla musica all’Istituto culturale francese di Orano, e in seguito il conservatorio ad Algeri.

Avevo 11 anni e Bach, Mozart, Vivaldi erano già la mia passione; imparai a conoscere l’anima profonda dell’Occidente, di una civiltà che mi avevano detto superiore. Ma per me proprio quest’arte sconfiggeva i confini. Mia madre non mi insegnò né l’odio né il rancore, ma il rispetto; mi insegnò che capire l’altro non era così semplice, che bisognava in qualche modo entrare in sintonia con lui. Sono passati più di quarant’anni, e le stesse parole di un tempo riecheggiano intorno a noi come se non fosse accaduto niente, né il Concilio Vaticano II, né gli sforzi sovrumani del Santo Padre, né le filosofie, né le letterature vecchie e nuove, né le musiche antiche e moderne.

Si dice «l’Islam è...», ma non si dice mai «l’Islam potrebbe essere...». Così dal cardinale Biffi fino alle eruzioni vulcaniche di Oriana Fallaci, un grande freddo si affaccia all’orizzonte. Sì, ci avete già condannati, di una condanna senza appello, e non ci volete lasciare nemmeno sperare nella speranza, cosicché siamo inchiodati alla storia.

Sì, l’11 settembre, data tragica per la storia dell’umanità, il mio cuore è invecchiato di mille anni. Qualcuno dice che è il Medioevo, ma non è nemmeno questo: è pura follia del terrore. Queste stesse immagini sono un colpo inflitto a noi musulmani, come i terroristi ci infliggono non da oggi ma da molti anni. È dovere della memoria considerare che molti musulmani e molte musulmane sono caduti negli ultimi anni per la libertà e per la dignità. Io stesso ho perso carissimi amici per mano degli integralisti o per disperazione: lo scrittore algerino Tahar Djaout, assassinato ad Algeri, e una cara amica d’infanzia con cui giocavo da bambino.

Si chiamava Amel, «speranza» in arabo: suicida cinque anni fa, proprio perché non sperava più. In questa gara diabolica la morte fu più veloce della libertà. È a lei, Amel, che dedico queste righe.






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