Il diritto a una morte degna e il problema dell'eutanasia. Un parere del Comitato Etico del HRS


Il problema dell'eutanasia è tornato a occupare in maniera consistente il dibattito pubblico, sia dal punto di vista della discussione teorica in bioetica sia, soprattutto, da quello di una possibile legiferazione in merito. Le iniziative prelegislative presso il Parlamento Europeo (proposta Swhartzenberg), le vicende referendarie americane (Stato di Washington), le normative recentemente approvate in Olanda, iniziative tese in qualche modo a legittimare la soppressione del consenziente, hanno nuovamente interrogato la coscienza del pubblico in generale e degli operatori sanitari in particolare. Il Comitato Etico dell' Istituto Scientifico H San Raffaele ha ritenuto opportuno fornire una propria riflessione in merito, particolarmente allo scopo di offrire alcune indicazioni a tutti coloro che quotidianamente lottano contro la sofferenza e la malattia cercando nel contempo di assicurare a ciascuno il diritto a una morte degna. Nell'elaborazione di questo parere, il Comitato ha tratto ampia ispirazione dall'insegnamento cristiano sul senso del vivere e del morire umani: ha tenuto conto di documenti etico-deontologici promulgati da diversi organismi e associazioni internazionali; ha fatto tesoro dei principi dell'Opera Monte Tabor, quali si trovano enunciati negli statuti della Fondazione e sviluppati negli scritti del suo Presidente. Alla luce ditali insegnamenti, il compito proprio di un istituzione ospedaliera che intenda offrire testimonianza del dono inestimabile della vita all'uomo che si approssima alla morte "sta nel fornirgli le ragioni per vivere fino all'ultimo; sta nell'impegnare la propria vita per la sua; sta nel compiangere la propria incapacità a farlo guarire; sta nel rifiutare le terminologie 'cronico', 'incurabile', 'terminale' come concetti civilmente aberranti, come umiliante ammissione di ignoranza; sta nel battersi con scienza, sapienza ed efficienza a vincere la malattia e la morte, a capirli in tino con la sofferenza" che è "il più raffinato patrimonio della umanità, tutto ancora da investire" (L.M. Verzé, Quanto alla morte, Istituto Scientifico H San Raffaele, Milano 1992).
1.        In primo luogo, il Comitato intende richiamare a un uso coerente e accuratamente definito dei termini ricorrenti in questo dibattito. Con "eutanasia" intendiamo l'azione o l'omissione deliberatamente intesa a provocare la morte di una persona allo scopo di porre fine alle sue sofferenze: si tratta dunque della soppressione intenzionale di una vita umana, ispirata da (pretesa) pietà. La distinzione tra modalità attiva e passiva non ha carattere decisivo laddove tale intenzionalità sia in atto. Con l'espressione "accanimento terapeutico" si deve invece intendere la moltiplicazione ostinata degli sforzi terapeutici nelle fasi terminali della vita, spesso attuata tramite un imponente uso di presidi e tecnologie di cura sproporzionati in relazione ai benefici ragionevolmente sperabili. Una prassi di tal genere è in contrasto con le esigenze fondamentali dell'etica medica in quanto identifica il bene della persona con un successo operativo parziale, associando spesso a un esercizio vitalistico della medicina un atteggiamento paternalistico nei confronti del paziente.
2.        Occorre interrogarsi a proposito delle ragioni che possono oggettivamente indurre a richiedere un atto eutanasico nel contesto sanitario e culturale contemporaneo.
a)        In primo luogo, una certa spersonalizzazione della professione medica, divenuta non disponibile a un' autentica comunicazione con il malato. A ciò hanno contribuito l'enfasi sul progresso tecnologico, la frammentazione e iperspecializzazione del sapere medico, la burocratizzazione del cosiddetto "sistema delle cure Tale situazione è suscettibile di ingenerare nel morente il timore che il processo del morire venga gestito secondo criteri rigidamente biomedici, eventualmente sconfinando nell'accanimento terapeutico.
b)        In secondo luogo la sistematica rimozione della morte, che caratterizza le nostre civiltà contemporanee: l'oblio in cui è caduto il discorso sul senso della morte, del dolore e della sofferenza come momenti del vivere dell'uomo, rende estremamente problematico attribuirvi un significato esistenziale e plasmare un ethos civile che renda riconoscibile e promuovibile la dignità propria delle fasi terminali della vita.
c)        A ciò si collega la tendenza contemporanea a giudicare del valore della vita in relazione alle sue capacità produttive, di lavoro e di interazione sociale significativa: al di sotto di un certa soglia di integrazione sociale, la vita cesserebbe di essere degna di apprezzamento individuale e collettivo.
3.        Di fronte a queste tendenze culturali si deve invece riaffermare che la vita non è proprietà accessoria dell'uomo, ma un bene inerente al proprio essere, da amministrare come condizione imprescindibile per attuare i valori e le ragioni che gli permettono di diventare pienamente se stesso. La vita perciò precede la libertà e sorprende l'uomo dischiudendogli significati che chiedono il consenso della decisione umana. Inoltre, l'uccisione "pietosa" costituisce un fraintendimento radicale del senso della prossimità, poiché viola la disposizione alla cura dell'altro che costituisce il presupposto stesso della solidarietà umana.
4.        Il senso della professione medica è definito dalla lotta contro il negativo, quale si esprime nel dolore della malattia e della sofferenza. Anche nelle situazioni in cui la prognosi è infausta, la medicina non può dimenticare la propria struttura di alleanza con il sofferente. Laddove non possa guarire, essa deve curare e accompagnare all'evento della morte: l'assistenza di morenti avrà dunque l'obiettivo primario di porre ile condizioni perché gli ultimi istanti siano vissuti in maniera libera e per quanto possibile consapevole. Anche la malattia nella fase terminale è un tempo che deve essere vissuto degnamente.
5.        Nella decisione tra le alternative terapeutiche disponibili deve trovare massimo coinvolgimento la soggettività del paziente, realizzando, con il consenso di questi, un concerto di intenti con i familiari e le persone a vario titolo vicine. La decisione si ispira alla proporzionalità degli sforzi terapeutici, cioè alle concrete possibilità di incidere positivamente sulla situazione complessiva del paziente e sulla sua qualità di vita. Regola di condotta non sarà mai la ricerca del prolungamento della vita a qualsiasi costo. Deve dunque essere effettuato un bilanciamento di benefici e svantaggi in termini di indicazioni cliniche, oneri psicologici e sociali e valutazioni riferibili alle opzioni valoriali del paziente. Sospendere o non intraprendere terapie sproporzionate è del tutto lecito e si configura anzi come obbligatorio, fermo restando il coinvolgimento della volontà del paziente, laddove tali terapie siano di scarsa o nulla utilità medica e risultino invece onerose per il paziente, eventualmente privandolo della possibilità di attendere ad altri valori e di prepararsi coscientemente e responsabilmente all'evento conclusivo della propria esistenza.
6.        In ogni situazione clinica dovranno essere comunque salvaguardati alcuni fondamentali diritti del paziente. Tra questi meritano di essere segnalati il diritto a non soffrire inutilmente, alla libertà di coscienza, a conoscere la verità, a partecipare
personalmente alle decisioni terapeutiche, ad un'assistenza attenta e a un dialogo fiducioso con i propri curanti e i propri cari, a ricevere il conforto spirituale secondo la propria personale confessione religiosa. La salvaguardia di questi diritti è condizione previa, perché il morente possa accedere a condizioni anche soggettivamente degne del morire.
7.        Nei casi in cui le sofferenze del paziente divengano atroci il medico non dovrà acconsentire ad eventuali richieste di sopprimere la vita, richieste il più delle volte dettate dallo sconforto e dall'incapacità a sopportare il dolore; dovrà piuttosto combattere la sofferenza con un'adeguata terapia del dolore, sia farmacologica, sia di sostegno psicologico e morale. Il medico non dovrà sentirsi in contrasto con il proprio mandato professionale qualora la sua azione analgesica, attuata con il consenso del malato, abbia come possibili effetti collaterali inevitabili l'ottundimento della coscienza del paziente e un certo abbreviamento della sua vita.
8.        Infine, il Comitato intende sottolineare come, in queste difficili situazioni, accanto a ragioni più generali di ordine storico-culturale e ideologico individuali, la qualità complessiva della relazione terapeutica-assistenziale sia elemento importante. A volte l'ansia per la difficoltà di comunicazione e l'impersonalità del rapporto con la struttura sanitaria contribuisce a suggerire l'eutanasia come fuga da una situazione intollerabile: dietro tali richieste si cela dunque il bisogno di un diverso tipo di assistenza, meno freddo e burocratico, meno personalizzante e più attento ai significati trasmessi dalle diverse pratiche e scelte cliniche. Solo un'attenzione costante a tali parametri qualitativi dell'assistenza ai morenti predispone le condizioni affinché il tempo finale sia vissuto in modo degno della persona umana.
Il Comitato richiama pertanto gli operatori alla coscienza delle proprie responsabilità affinché a ogni morente siano assicurate un'elevata qualità della relazione terapeutica e la tutela dei suoi diritti personali.

(Tratto da KOS. Rivista di scienza e etica, ottobre 1993)


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